← Table of contents
Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

Note 262 — CAPITOLO LI.

Davide Bertolotti translation

Εδει γαρ οιμαι την Διος πολιν αληθως και κης Εωας απασης οφθαλμον, την ιεραν και μεγισην Δαμασκον λεγω, τοις τε αλλοις συμπασιν, οιον ιερων καλλει, και νεων μηγεθει. Και ωρων ευκαιρια και πηγων αγλαια και ωοταμων πληθει, και γης ευφορια νικωσαν, etc. Imperocchè io reputo doversi veramente considerarla per città di Giove, e per occhio di tutto l'Oriente, Damasco io dico, quella santa città è la maggiore fra tutte l'altre anche per la sola magnificenza dei luoghi sacri, e per la grandezza dei templi. Superiore a tutt'altra e per la temperie delle stagioni, e per la vaghezza delle fontane, e per la fertilità del terreno ec. (Giuliano epist. 24, p. 392). Questi begli epiteti son dati all'occasione dei fichi di Damasco di cui ne manda l'autore un centinaio al suo amico Serapione; e Petavio, Spanheim ec. (p. 390-396) inseriscono questo tema d'un retore fra le epistole autentiche di Giuliano. Come mai non s'avvidero che l'autore di questa lettera (il quale ripete tre volte che questo fico particolare non cresce che παρα ημιν nel nostro paese) era un abitante di Damasco, città ove Giuliano non entrò mai, nè mai vi si accostò?

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings