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Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Note 1306 — CAPITOLO XIII.

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Kalsa negli scritti, e Gausa a viva voce, è il noto quartiere Khalesa. Si ricordino inoltre Cuba, Zisa, Favara, ec. La contrada detta finoggi Lattarini era di certo Suk-el-’Attariin, “il mercato de’ droghieri;” chè così chiamansi alcune contrade di Tunis e d’altri paesi musulmani.

È da notare che le sorgenti d’acqua hanno serbato quasi tutte i nomi arabi, con poco guasto: Gabriele, Sciarabbu, Danisinni (’Ain-es-Sîndi?), Sicchiaria, Garraffu, ec. Mi occorre qui un nome arabico nato nella seconda metà del duodecimo secolo. Un vicoletto dietro il Duomo di Morreale si appella del Raccamo, scritto così a caratteri cubitali nella lapida; nè sembra verosimile che tal forma volgare del vocabolo “ricamo” sia stata solennemente ammessa lì, allato al Seminario arcivescovile ch’ebbe fino alla metà del nostro secolo un’ottima scuola di lettere latine e italiane e dove l’arcivescovo fu signore feudale della città fino a’ principii del secolo. D’altronde non so che sia stato mai in quel posto un opificio di ricamo, nè, se vi fosse stato, la lingua siciliana l’avrebbe chiamato così. Ma rakkâm in arabico suona “marmoraio, scarpellino, segatore di marmo” ed è cosa naturalissima che di cosiffatti artigiani fossero dimorati presso il luogo, dove surse quel labirinto di preziosi marmi ch’è il Duomo di Morreale, e che da loro fosse nato il nome del vicolo.

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