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Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Note 525 — CAPITOLO VIII.

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Cotesti particolari si ricavano da un atto del 20 giugno 1250 (correggasi 1255), IIIª indizione, secondo anno del regno di Manfredi, del quale serbasi una copia tra’ Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. H. 6, donde l’ha ricopiato, non è guari, per farmi cosa grata, il sig. Isidoro Carini, addetto all’Archivio regio di Palermo, giovane conosciuto per ottimi studii su la Storia di Sicilia. E spero ch’egli possa un giorno pubblicare questo curioso documento, e che anco se ne trovi l’originale nel prezioso e negletto tabulario della Chiesa agrigentina.

L’atto, rogato in Palermo da un giudice regio, ad istanza di un procuratore del vescovo di Girgenti, racchiude la risposta di quarantacinque testimoni interrogati intorno il possedimento della chiesa di Santa Maria di Rifesi, che la Chiesa agrigentina volea rivendicare sopra l’abate di San Giovanni degli Eremiti di Palermo, fondandosi sopra un titolo di concessione, che era stato perduto al tempo delle guerre. Alcuni testimoni affermavano dei fatti di sessant’anni addietro, altri di 50 altri di 40 e via scendendo. Il decimoterzo tra i testimoni uditi, si chiamava Luciano de Bonaparte.

Lasciando gli avvenimenti che non fanno al nostro subbietto, vi si legge che il vescovo Orso era stato cacciato dalla sede ben tre volte: la prima da Arrigo VI che lo supponea figliuolo di re Tancredi; la seconda da Guglielmo Capparone, mentre ei signoreggiava Girgenti, al quale il vescovo Orso non volle prestare giuramento di fedeltà; la terza al tempo dell’imperatore Federigo. Questa fiata egli fuit captus a Saracenis et detenctus in Castro Guastanelle per XIV menses; ed allora la Chiesa perdè i suoi privilegii e i beni, et Saraceni etiam tenebant ecclesiam, campanile, et domos ecclesie, etc. Un altro testimonio, contadino, ricordando cose avvenute da sessanta anni, diceva essere stata, dopo la morte di re Guglielmo, mossa guerra in Val di Mazara, da Cristiani e da Saraceni; sì che non audebant homines de contrata exire de terris in quibus habitabant, usque ad labores (i seminati fin oggi si chiamano lavori in Sicilia) vel vineas eorum, per timor de’ Saraceni e di alcuni Cristiani; e che Orso non sarebbe stato liberato in Guastanella, nisi se ipsum per pecuniam redimisset. Un altro narrava che, dopo la morte di Guglielmo, Orso era stato cacciato, e la Chiesa occupata da’ Saraceni e dalla moglie del conte Bernardino. Un altro finalmente attestava aver militato nell’esercito, col quale il vescovo eletto Raimondo, o altro, dovea muovere contro la detta contessa.

Ognun vede ch’è questo appunto il supposto diploma di Manfredi, del quale il Gregorio pubblicò un estratto, Considerazioni, lib. III, cap. 1º, nota 5, ec. Il Pirro avea letto quel documento e forse qualche altro, poichè cita i medesimi fatti a pag. 704 ed aggiugne che Orso era stato riscattato dalle mani de’ Saraceni per cinquemila tarì.

La distrutta rôcca di Guastanella, sorgea non lungi da Raffadali, ad una diecina di miglia a settentrione di Girgenti.

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