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Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II

Note 357 — CAPITOLO V.

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Behâ-ed-din, narrando l’assedio di San Giovanni d’Acri per Barbarossa, descrive la debbâba de’ Cristiani: grande struttura di legno, vestita di lamine di ferro, mobile su ruote, montata da molti combattenti, armata di una trave che terminava in un collo con capo di ferro, e chiamavasi “montone”, la quale, mossa da molti uomini, percotea le mura. Dice egli anco d’una macchina simile che consisteva in una tettoia, sotto la quale gli uomini moveano una trave armata d’un ferro in forma d’aratro; e questa chiamavasi “gatto.” Vita Saladini, pag. 141, 143.

Debbâba è traduzione di “testuggine.”

Si vegga anco Reinaud, Extraits, etc., pag. 291-292. Nell’impresa de’ Siciliani sopra Alessandria occorrono simili denominazioni. La somma della lettera di Saladino, distinguendo i varii corpi dell’esercito siciliano, nomina “gli artefici delle torri e delle debbâba.” Poi nella narrazione dell’assedio leggiamo: “e rizzarono tre debbâba coi loro kebasc (che vuol dir “montone”).... le quali debbâba somigliavano a torri, sì grosso era il legname, sì maravigliosa l’altezza e la larghezza, e sì grande il numero degli uomini che le montavano.”

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