Note 73 — CAPITOLO I.
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Gli avvenimenti che ristringo in questo paragrafo, dal ritorno di Ardoino in terraferma sino all’occupazione di Melfi, son tratti da Amato, lib. II, cap. XIV, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. I, Aversam subito venit Hardoinus; Malaterra, lib. I, cap. VIII; Leone d’Ostia, lib. II, cap. LXVI; Cedreno, tomo II, p. 545 della edizione di Bonn; Annali (ossia anonimo) di Bari e Lupo Protospatario, anni 1040, 1041. Oltre le discrepanze di minor momento, se ne scorge una che occorre di notare. Amato, seguendolo Leone d’Ostia, dice che Ardoino dopo l’ingiuria di Maniace rimase al servigio bizantino, suscitò occultamente i Pugliesi, e andò ad Aversa pretestando un viaggio di devozione a Roma. Guglielmo di Puglia lo fa insultare e rivoltare a Reggio, e correr di lì dritto ad Aversa. Malaterra, con poco divario, reca l’ingiuria in Sicilia, l’aperta ribellione appena ripassato il Faro, e non parla punto degli aiuti d’Aversa. Nelle due tradizioni dunque, la prima d’Amato e Leone, la seconda di Guglielmo e Malaterra, si dà essenzialmente diverso il modo e tempo dell’ammutinamento di Ardoino con la banda normanna. Or covaron essi l’onta parecchi giorni, o parecchi mesi? Chiarironsi disertori nel novembre 1040 in Calabria, ovvero nei principii del 1041 a Melfi? Guglielmo di Puglia fin dà il numero di cinquanta soldati uccisi dai Normanni alla schiera bizantina mandata a inseguirli, quando lasciarono il campo a Reggio. Amato, all’incontro, particolareggia la dissimulazione di Ardoino: com’ei corruppe Doceano con molt’oro; come fu preposto al governo di parecchie terre in Puglia; come incominciò ad accarezzare e convitare i maggiori cittadini, a compiangere gli aggravii della dominazione greca, a promettere che farebbe opera a liberarli; come infine tolse commiato, sotto specie d’andare alle perdonanze a Roma, e andò ad Aversa.
Or dovendosi necessariamente tacciare di bugia l’una o l’altra tradizione, ammettendo anche la sincerità di chi la scrivea, le condizioni dei due cronisti e l’indole di loro opere accusano Guglielmo, anzi che Amato. Del Malaterra non parlo, il quale in questo periodo ripeteva un romanzo di casa Hauteville, tacea gli aiuti di Aversa, facea capitano dei Normanni Guglielmo Braccio di Ferro, che lo fu tre anni dopo. Quella fuga inoltre con le armi alla mano dal centro della Sicilia secondo Malaterra, e da Reggio secondo Guglielmo di Puglia, infino a Melfi, è molto men credibile che la prolungata simulazione dei Normanni e che il favor di Doceano ad Ardoino, non disertore ma guerriero ingiuriato ingiustamente da Maniace. Infine il fatto riferito da Lupo e dagli Annali Baresi, che Doceano tornava di Sicilia di novembre 1040 per domare i sollevati di Puglia, dà luogo al supposto che i Normanni passassero con le forze di Doceano e fossero da lui posti a presidio in qualche terra non lontana da Melfi. Qual maraviglia che a capo di cinquanta o sessant’anni questo cambiamento di guarnigione, com’or diremmo, si raffazzonò nelle brigate dei principi e nobili normanni alla foggia che ci rappresentano Guglielmo di Puglia, e Malaterra, esagerando il valore ed attenuando la perfidia della passata generazione?
Pertanto mi appiglio alla tradizione d’Amato e cancello quel che scrissi in contrario nel Libro IV, cap. X, p. 389 del secondo volume, seguendo Guglielmo e Malaterra e tutti gli istorici moderni che loro credettero, i quali non aveano sotto gli occhi Amato. Che se altri mi tacci di leggerezza per questo, mi spiacerà meno del ricusar testimonianza al vero una volta ch’io ne sia convinto.