Note 106 — CAPITOLO I.
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I due fatti della mutazione del titolo di conte in duca e dell’omaggio feudale a Roma si cavano da queste autorità:
Amato, lib. IV, cap. III, narrata la occupazione di Reggio, continua: Et pour ce Robert sailli en plus grand estat qu’il non se clame plus conte, més se clamoit duc. Non fa motto del concilio di Melfi nè dell’investitura.
Malaterra che attribuì, come dicemmo, p. 43 in nota, la concessione feudale a Leone IX in favor di Unfredo, non tocca nè punto nè poco l’abboccamento di Melfi, ma nel lib. I, cap. XXXV, dopo la occupazione di Reggio il 1060, aggiugne: Igitur Robertus Guiscardus, accepta urbe, diuturni sui desiderii compos effectus, cum triumphali gloria dux efficitur.
Lupo Protospatario confonde i due fatti nel 1056 scrivendo: Et Unfredo obiit et Robertus frater ejus factus est dux; sul qual passo notava l’erudito Camillo Pellegrino che anche Drogone e Unfredo s’erano intitolati in lor diplomi or comes or dux.
La Cronica di Roberto Wiscardo (Anonimo del Caruso e Anonimo Vaticano del Muratori) tace i patti di Melfi e l’assunzione al ducato, riferendosi come Malaterra alla concessione di Leone IX che limita e particolareggia così: Discrete ac subtiliter utilitati Sanctæ Ecclesiæ prævidens, totam Apuliam atque Calabriam a finibus Guarnerii usque ad Farum comiti Humfredo et suis successoribus, nequaquam coactus in aliquo sed sola spontanea voluntate et suorum consilio Cardinalium, regendas semperque possidendas permisit. Si confronti la traduzione francese nello stesso volume di Amato, pag. 275, 276.
Guglielmo di Puglia, lib. II, narrato il Concilio di Melfi, ripiglia:
Finita Synodo, multorum Papa rogatu Robertum donat Nicolaus honore ducali. Hic comitum solus concesso jure ducatus Est Papa factus jurando jure fidelis; Unde sibi Calaber concessus et Appulus omnis Est, locus et Latio, patriæ dominatio gentis.
La Cronica breve normanna presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, p. 278 (V) ha sotto il 1059:
Robertus Comes Apuliæ factus est Dux Apuliæ, Calabriæ et Siciliæ a papa Nicolao in civitate Melphis, et fecit ei homintum de omni terra.
Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15 (ovvero 16), scostandosi questa volta da Amato, scrive: Eisdem quoque diebus et Richardo principatum capuanum et Robberto ducatum Apuliæ, Calabriæ atque Siciliæ (Nicolaus II) confirmavit cum sacramento; et fidelitate Romanæ Ecclesiæ ab eis primo recepta, nec non investitione census totius terræ ipsorum, singulis videlicet annis per singula boum paria denarios duodecim. Poscia torna alla tradizione di Amato e alla presa di Reggio, conchiudendo che Roberto ex tunc cæpit dux appellari. Dunque abbiamo quattro diverse tradizioni:
1ª Investitura di Leone IX ad Unfredo il 1053. La sostengono il cronista e il compilatore di parte siciliana. Il primo con oscurità studiata aggiugne le terre che si acquistassero alla volta di Calabria e di Sicilia. Il secondo, cinquant’anni dopo Malaterra, vi cancella la Sicilia e muta la concessione feudale in mera donazione.
2ª Investitura di Niccolò II a Roberto per la Puglia e Calabria, con titol di duca. Dal solo Guglielmo di Puglia, amico delle due dinastie normanne d’Aversa e di Puglia.
3ª Lo stesso aggiuntavi la Sicilia. In Leone d’Ostia e nel Chronicon Breve, entrambi dei principii del XII secolo. Leone era cardinale.
4ª Silenzio su l’investitura nei due contemporanei, Amato e Protospatario, i quali non ignorano il preso titolo di duca.
Dal silenzio degli uni e dalla discrepanza degli altri è da argomentare che la investitura non fosse stata mai promulgata nel paese. E veramente era tal atto d’usurpazione della potestà imperiale, tal preparamento di guerra contro l’impero, da occultarsi con ogni studio. Ma dell’atto non v’ha luogo a dubitare. Di tutti i ricordi che ne abbiamo, quel che più par s’avvicini al tenor dell’originale è l’obbligazione scritta di Roberto, copiata non sappiam quando nel Liber censuum della corte di Roma, pubblicata dal Baronio, Annales ecclesiastici, 1059, § 70, e data il 1059 stesso.
Ego Robertus Dei gratia et Sancti Petri Dux Apuliæ et Calabriæ et utroque subveniente futurus Siciliæ, ad confirmationem traditionis et ad recognitionem fidelitatis, de omni terra quam ego proprie sub dominio meo teneo et quam adhuc ulli Ultramuntanorum unquam concessi ut teneat, promitto me annualiter pro unoquoque jugo boum pensionem scilicet duodecim denarios papiensis monetæ persoluturum Beato Petro ec.
Quest’atto, tenuto forse segreto per molti anni, mi par genuino, e limita, come ognun vede, a poche terre in Puglia e in Calabria il novello tributo da pagarsi al papa.
Di più se ne scorge la natura della concessione della Sicilia, cioè di atto non compiuto, anzi di mera promessa. Guglielmo di Puglia tacque la promessa appunto perchè il signor della più parte della Sicilia, che non era mica Roberto ma Ruggiero, avea schivato l’investitura. Leone d’Ostia affermò la concessione della Sicilia e la ragguagliò a quella di Puglia e Calabria, perchè era cardinale e scrivea dopo quel terribile pontificato d’Ildebrando. Malaterra ne uscì con l’equivoco: alla volta di Calabria e di Sicilia, e con l’anacronismo del 1033. Del resto l’assentimento dei successori di Roberto, la ricusa dei successori di Ruggiero e i termini della Cronica di Roberto Wiscardo, compilazione storica della corte di re Ruggiero, provano la diversità del dritto riconosciuto al principio dell’undecimo secolo, di che riparleremo a suo luogo.
Quanto alla mutazione del titolo di Roberto, si è notato che i predecessori chiamaronsi talvolta duchi; prendendo, come ben riflette il Pellegrino, il titolo che la corte bizantina avea dato ad Argiro, luogotenente nella provincia ormai occupata dai Normanni. Forse Drogone e Unfredo bramavan così distinguersi dai conti subordinati al capo della federazione. In ogni modo è provato dalle testimonianze di Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia e Leone d’Ostia, che Roberto prese definitivamente il novello titolo all’occupazione di Cariati o di Reggio, cioè il 1059 o 1060; e in ogni modo dopo la concessione di Niccolò II. Ciò non esclude ch’egli richiedesse l’assentimento dei conti normanni, come suppongono a ragione gli storici napoletani e come si legge nell’Anonimo (Recueil des Historiens des Gaules ec., tomo X, p. 210); ma ormai chi gli potea ricusare il suffragio?