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Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)

Note 115 — APPENDICE I. DEI PARLARI D’ITALIA

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Nel pronome personale io, tu, noi, voi conservammo dal latino; egli viene da ille, che forse in dativo faceva illui, prima d’essere contratto in illi; e di là il nostro lui; e da eccum illui il colui. Al plurale vi affiggemmo il no, suffisso de’ verbi plurali (ama-no, soffro-no) e s’ebbe eglino, elleno. Loro, coloro, costoro, sono figliati da illorum, istorum; onde si può tacere il segnacaso, e dire il loro consiglio, il costoro piacere, io dissi lui, alma gentil cui tante carte vergo. Voster è analogo di noster e noi lo preferimmo. Gli antichi diceano tui, sui, meo, più analoghi al latino.

Me pro mihi dicebunt antiqui, asserisce ancora Festo, e noi pronunziamo tuttodì me fece, me diede. Anche nis per nobis, donde il ne; ne dissero ecc. La forma fissionale unica del nome italiano non deriva piuttosto dall’ablativo o dall’accusativo, ma è un esito fonetico, nel quale convergevano i diversi casi obliqui del latino casa, ad casa(m), de casa; donu(m), ad donu(m), de dono; nome(n), nomi(na) coi detrimenti fonetici che prima fecero sparire l’m, poi anche l’s, conservata però in tanti linguaggi neolatini (padres, matres, menos spagnuolo: frades, tempus sardo).

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