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Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)

Note 93 — CAPITOLO CXCII. Guerra santa. Conquassi.

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«Odio e fama grave procacciavano gli assassinj politici, dacchè la vendetta dalle sêtte nudrita in animi selvatici prorompeva traditrice con impeto tale, che i sicarj erano tiranni di alcuna città. Dirò d’Ancona, ove uccidevano di pien meriggio nelle piazze, negli atrj privati, nei pubblici ridotti, al cospetto delle milizie che lasciavano misfare: dirò che vi erano uffiziali di Polizia, i quali, sgherri, giudici e carnefici ad un tempo, davano morte ai cittadini, cui per ufficio dovevano sicurare dalle offese. Felice chi potesse coll’oro comperare la vita, o camparla colla fuga, tanto gli animi erano dal terrore signoreggiati, tanto caduta nell’abjezione ogni autorità, tanto profligata la tirannide. La libertà diserta dalle terre contaminate dall’assassinio, la civiltà rinega, e Dio castiga oggi con dura servitù le scellerate costumanze! Gl’impuniti delitti d’Ancona giunsero a tale, che i consoli stranieri ne fecero doglianza al Governo, e ne mandarono fuori la fama orribile. Alcuni deputati anconitani, il Baldi, il Pollini, il Berretta domandavano risolute opere di repressione, ed il Baldi si offeriva andare commissario per compierle. Ma essi avevano reso il partito contrario alla proclamazione della repubblica, ed erano in voce di moderati; il perchè non ebbero tanto d’autorità che il Mazzini volesse fare a fidanza con loro. Invece mandò commissarj il Dall’Ongaro ed un Bernabei di Sinigaglia, i quali, vili cortigiani degli scatenati carnefici e della bordaglia principe, accrebbero la fama odiosa del Governo». Farini, Lo Stato romano, vol. III.

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