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Storia degli Italiani, vol. 12 (di 15)

Note 299 — CAPITOLO CLXXIII. Scienze matematiche e naturali.

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Mezzi singolari adopravano gli antichi per preservarsi dal fulmine. Erodoto (iv. 9) narra che i Traci scoccavano freccie contro il cielo in tempo che lampeggiava; egli dice per minacciarlo, ma alcuno volle sbizzarrire trovandovi un’idea de’ cervi volanti elettrici. Plinio riferisce che gli Etruschi sapevano trar dal cielo il fulmine, che lo dirigevano a lor grado, e lo fecero cadere sopra un mostro chiamato Volta, che devastava i contorni di Volsinio: ma poichè egli non rammemora altri mezzi che sagrifizj e preghiere, non possiamo cavarne istruzione alcuna. Narrò altri d’aver visto una medaglia romana a Giove Elicio (il Dio che trae le folgori), dove esso era rappresentato sopra una nube, mentre un Etrusco lanciava in aria un cervo volante. Duchoul fece incidere una medaglia d’Augusto, ove si vede un tempio di Giunone, col colmo armato d’aste puntute, simili ai nostri parafulmini: ma sono autentiche tali medaglie? e attestano una scienza fulgurale altro che superstiziosa? (V. Laboissière, Acad. du Gard). Plinio stesso dice che gli antichi credevano il fulmine non penetrasse mai sotterra più di cinque piedi; perciò Augusto rintanavasi quando folgorasse: ora il fatto si riconosce falso. Secondo Kämpfer, gl’imperadori del Giappone si riparano dai fulmini in una caverna, sopra la quale tiensi un serbatojo d’acqua che dee spegnere il fuoco della saetta: ma si sa che la saetta uccide anche sott’acqua. Tiberio mettevasi all’uopo una corona d’alloro, perchè il fulmine rispetta questa pianta: asserzione poetica, smentita dal fatto.

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