Note 214 — CAPITOLO CLXXI. Costumanze. Il teatro.
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Anche Addison viaggiava l’Italia, e paragonava il Milanese a un giardino: trovava che i signori faceano la scimia dei Francesi, ma con poco garbo: e spesso i giovani, per sembrar assennati, passeggiavano lentamente, e cogli occhiali sul naso. Avverte che il governator del castello era indipendente dal governator della città, come già fra i Persiani antichi. A Verona loda il giardino famoso della Ferrazza, e dice che i Francesi appreser da noi l’arte del far giardini, ma ci superarono. Ride dei miracoli del Santo a Padova, e loda la semplicità disadorna di Santa Giustina: vi trova molti disordini ne’ studenti e pochissima sicurezza per le vie. Con Venezia vacilla tra l’ammirazione mal compressa e la critica beffarda: trova scaduto il commercio, i nobili dediti al farniente; le manifatture stazionarie; pochissimo vi si beve, nè s’incontran ubriachi, che pericolerebbero sui tanti ponti; i nobili tengonsi in grandissimo concetto, perciò non amando viaggiare per non uscir dal proprio regno; son ricchi di sostanze accumulate nel primogenito: le figlie mettonsi ne’ monasteri, dove tengono allegra e mondana società: e una Cornaro non volle mai veder niuno che non fosse almen principe. Ne’ teatri trova cattiva poesia, bella musica: ride degli anacronismi e dei soggetti greci e romani, gorgheggiati da eunuchi. Invidia i poeti italiani, che avendo una lingua diversa dalla prosa, non cadono nel triviale, o non son costretti, per evitarlo, a ricorrer all’arcaismo e alle trasposizioni come Milton.