Note 162 — CAPITOLO CLXVIII. I re di Sardegna e quelli di Napoli.
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Il re, prevedendo la spensierataggine del suo successore, radunò ben 18 milioni di lire che ripose dentro un muro, e non ne sapeva il segreto se non il Bogino. Questi in fatto, quando il bisogno venne, le passò al re.
Il Bogino spodestato si volse al ritratto del vecchio re esclamando: «Non sono ancor fredde le vostre membra, e vi si fa l’oltraggio di congedar quello che vi fu il più devoto servidore».
Il Lalande racconta che la spada deposta sul feretro di Carlo Emanuele III doveva appartenere al gran scudiere; ma Vittorio Amedeo ne sostituì una adorna di diamanti, dicendo: — Voglio conservar la spada che servì a Guastalla».
Il re (scrisse il viaggiatore francese) levasi alle sette; a otto e mezzo lavora coi ministri, un dopo l’altro, non tenendo consiglio; alle undici passa dalla regina, e va a messa; dopo pranzo dà udienza a chi vuole; poi al passeggio, poi cena in famiglia. Due volte la settimana v’è circolo dalla regina, dove vanno sole donne, e gli ambasciatori o gli stranieri presentati».