Note 86 — CAPITOLO CLXV. Alito irreligioso. Abolizione de’ Gesuiti.
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Certo ne rideva Federico di Prussia, il re filosofo; e D’Alembert gli scriveva: — Dicesi che il conventuale Ganganelli non prometta carezze alla Compagnia di Gesù, e che san Francesco potrebbe esser l’uccisore di sant’Ignazio. Parmi che il santo padre farà una gran pazzia a cassare il suo reggimento delle guardie per compiacenza verso i principi cattolici. Questo trattato somiglia a quel dei lupi colle pecore, cui prima condizione fu che le pecore licenziassero i cani (16 giugno 1769). — Ecco cacciati i Gesuiti da Napoli; e presto (dicesi) saranno da Parma, e gli altri Stati borbonici tutti sbratteranno la casa... Con ciò la Corte di Roma perde le migliori sue truppe, le sue sentinelle morte. Parmi ch’essa raccolga insensibilmente le sue tende, e finirà coll’andarsene con i Gesuiti (14 dicembre 1767). — Il papa conventuale si fa tirar per le maniche innanzi sopprimere i Gesuiti. Qual meraviglia? Proporre al papa di cassar questa brava milizia, gli è come si proponesse al re di Prussia di congedare il suo reggimento delle guardie» (7 agosto 1769). E Duclos, altro scrittore filosofico, nel suo Voyage en Italie, pag. 40, meravigliandosi dell’invidia che gli altri Ordini professavano contro i Gesuiti, e della gioja jusqu’au scandale che manifestarono alla loro soppressione, conchiude: Le premier coup de tonnerre est tombé sur la Société, arbre dont la tige perçait la nue; mais que les moines doivent penser que, si l’on coupe les chênes avec la coignée, on fauche l’erbe. Leo (protestante) dice: — Il papa avea diritto d’abbattere l’Ordine, e negl’interessi della Chiesa potea veder ragioni sufficienti a ciò: ma che un sommo pontefice abbia potuto dimenticare a tal punto il principio, per cui Roma erasi elevata di sopra del mondo; che abbia ceduto alle istanze delle potenze temporali, prodotte sotto forma insultante, fu un porre a nudo che la santa Sede era scesa a uno stato di debolezza, di cui la ragione non sta tutta nelle circostanze generali, ma colpa n’è in parte l’uomo che l’occupava senz’aver la natura eroica richiesta dall’elevata sua posizione». Storia d’Italia, lib. XII. 4. Carlo Botta, arrabbiato ai Gesuiti, racconta che i Giansenisti si mostrarono duri con loro; e «molto maggiore umanità mostrarono i filosofi, ajutando e di consiglio e di denaro e di favore quei derelitti discepoli d’Ignazio. La compassione pubblica ora gli accompagnava; imperciocchè molti mentre all’esiglio s’incamminavano, ai più miserabili estremi erano o per infermità o per età o per povertà ridotti»; lib. XLVIII. Egli stesso enumera le loro colpe, cioè d’aver voluto maggioreggiare, e perciò studiare più degli altri; scegliere a gran cura i novizj; prolungarne le prove, tanto che non fossero aggregati se non dopo sicuri di quel che facevano; avere scuole migliori che le Università; acquistarsi la fiducia dei parenti e l’amor degli allievi; stare fra loro uniti per modo, che quegli stessi, i quali disgustati uscivano dall’Ordine, non ne sparlavano. Vedi il principio d’esso lib. XLVIII.