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Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Note 201 — CAPITOLO CLVII. Letteratura.

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Un uomo ingegnoso in quel tempo stesso descriveva Parigi con altrettante arguzie, ma con ben altro spirito d’osservazione. È messer Giovanni Sagredo, di cui altrove parleremo, e in alcune Lettere, pubblicate a Venezia il 1839 per nozze, scrive a Giorgio Contarini:

— Eccomi in Francia: o che Parigi è un piccolo mondo, o che il mondo è un gran Parigi; o che non vi è paradiso in terra, o che Parigi è il paradiso terrestre. La fendono, o piuttosto la vettovagliano due grandi fiumi; città paragonabile ad una provincia a segno, che se alcuno commette un delitto da una parte di questa grande metropoli e fugga dall’altra, non è più conosciuto come se fosse passato in altro paese.

«La sera verso al piegar del sole fui condotto al corso, dove intervennero le maestà regie, e perciò frequentato da innumerabili carrozze. Pria che vi si entri si traversa un esercito di paggi e di staffieri coperti di livree di varj colori, esercito libertino senza capi che lo dirigano e perciò non poco insolente.

«Il corso è guarnito di verdeggiante tappezzeria naturale, formata da molti alberi piantati in fila, che per un terzo di miglio distesamente dilatandosi formano ombrosi e lunghissimi viali, sotto i quali si gode una deliziosa frescura ed aria amena. Che vi dirò delle donne che vi passeggiano? sciolgono la voce e cantando incatenano, augelli al suono, angeli al volto. Si sentono le più belle arie del mondo, ed esse hanno un’aria celeste.

«Il susseguente giorno fui introdotto nel gabinetto di una principessa, frequentato dalle più elette bellezze; per entro non si vedevano che oro e pitture, e risplendevano in tanta abbondanza i lumi a traverso dei cristalli, che la stanza mi sembrò un cielo illuminato da stelle.

«Che dirò dell’affabilità, della libertà, del brio, dello spirito pronto, dell’ingegno versatile delle dame? Parlano di tutto, hanno o pretendono di avere qualche cognizione d’ogni cosa; spesso, a dirvela schietta, non è che semplice tintura, e talvolta spropositi dicono, ma con sì belle parole che pajono belle cose. Discorrono della guerra come se avessero diretti eserciti, parlano di politica come se si fossero consumate nei gabinetti. Quelle poi della Corte penetrano nei secreti più reconditi, e fra i divertimenti d’un balletto si fabbricano da loro talvolta trame di famose rivoluzioni, si formano partiti per abbattere i favoriti, e taluna si è trasferita sino in Ispagna per procurare da quel re sostegno alla propria fazione.

«Vi sono le dame dameggianti che in francese si nomano coquettes, le quali godono d’essere intrattenute con allegri racconti, che ognuno spasimi per le loro bellezze, e si compiacciono delle lodi e delle lusinghe. Scaltre però e raffinate all’estremo, grande cautela si vuole per resistere ad un misto di vivacità e bellezza, e guaj a chi cede ad un cuore che pare di fuoco e non è che di ghiaccio; e solo l’orgoglio spesso, talvolta l’interesse, mutano il fuoco in ghiaccio, il ghiaccio in fuoco.

«Alcune altre, più serie e più gravi dell’aspetto, sono chiamate les précieuses, non sputano che sentenze, hanno del sussiego, aborriscono sentir parlare dell’amore, sebbene talvolta facciano all’amore più delle altre; ogni sentenza loro è un aforismo. Visitai, pochi giorni sono, una di queste, e non avendo soggetto così pronto per intrattenerla, sapendo che il di lei marito esercitava nel campo carica principale, l’interpellai se tenesse freschi avvisi del campo. Rispose che si trovava il re non lungi dalle sue truppe per invitare gli Spagnuoli a qualche azione. Soggiunsi che dove si ritrovava il re, dove assisteva la sua nobiltà fiorita e generosa, non poteva disgiungersi la vittoria. La preziosa, postasi in contegno grave, replicò che gli esiti delle battaglie erano incerti, che la fortuna ne prendeva una buona parte, che il principio delle imprese dipendeva dall’arbitrio dell’uomo, il fine dal volere di Dio. In altra occasione dissi: «Come vi sentite voi, madama, negli effetti dei correnti eccessivi calori?» Mi rispose, che nel teatro del mondo ciascheduna delle stagioni dell’anno fa il suo carnovale, e rappresenta quella parte che la natura le ha assegnato; che se l’inverno si trasvestisse da estate e l’estate da inverno, e se l’autunno da primavera e la primavera da autunno, e non avessero le loro temperanze, si disordinerebbe la rappresentazione, e si scomporrebbe l’architettura dell’universo.

«Da ciò comprendere potete che, per non andar male colle prime, basta infilzare complimenti ed avere scorso qualche romanzo; per riuscire colle seconde si ricerca più massiccia dottrina, o far mostra d’aver molta dottrina e non parere di essere soltanto infarinato. Anco tra le mogli dei parlamentari ed altri ministri di palazzo vi sono rare bellezze e spiriti elevati. Quelle poi dei mercatanti tengono la scrittura, girano partite, trafficano e dirigono i capitali come fra noi i più eccellenti negozianti. Insomma qui le femmine sono più donne delle nostre, e talvolta non la cedono agli uomini.

«I cavalieri poi e la nobiltà s’esercita nelle accademie, si istruisce colla visione di paesi lontani, e pochi son quelli che non sappiano addestrar un cavallo, sonar un liuto, tirar di spada: inceneriti fra le dame, insanguinati negli eserciti, Marte ed Amore hanno la direzione dei loro spiriti, ed al rimbombo della tromba spogliano Amore delle sue piume, e se le pongono sopra il cappello, ed impugnate l’armi si scordano le delizie dei gabinetti, e sono lor delizie gli eserciti e le battaglie.

«Andai dopo au Palais, che è come la nostra Merceria, dentro una gran sala. Là sì che bisogna porre il lucchetto alla borsa chi non vuol spendere! cento mode che allettano, mille lavori leggiadri e bizzarri che invitano, donne leggiadre che costringono a comperare le loro merci con assalti di cortesia e di galanteria, che all’istessa avarizia conviene arrendersi a discrezione.

«Non mancano i divertimenti. Sono sempre spalancate le porte alle visite, abbondano gli accoglimenti e le parole cortesi, anche se negano od insultano; abbondano le passeggiate, le veglie, le colezioni, i balli, i violini, i luoghi suburbani, a segno che le dame fanno sempre carnovale, e perciò van sempre in maschera.

«Parigi è il cielo delle dame, l’inferno dei cavalli, il purgatorio delle borse. E vi saluto».

Egli stesso, arrivato in Inghilterra al tempo che Cromwell avea chiuso il parlamento, perchè egli stesso parla e mente abbastanza, scrive che a Londra «non si veggono dame alla Corte, ma solo damme da chi va alla caccia; non più cavalieri, ma cavalli e fanti; non si parla d’amore ma di Marte, non commedie ma tragedie, non sopra i volti mosche ma sulle spalle moschetti; non veglie ma ministri severi che danno la veglia a quelli del contrario partito. Insomma tutto è pieno di dispetti, di sospetti, di bruttissimi aspetti».

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