Note 333 — CAPITOLO CLIX. Scienze naturali e matematiche.
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Ænigma geometricum a D. Pio Lisci pusillo geometra, che è anagramma di A postremo Galilei discipulo. Nel 1659 il Viviani scriveva che Vincenzo Galilei nel 1649 intraprese di fabbricare un oriuolo, da Galileo ideato; onde «procurò d’aver un giovane che vive ancora, chiamato Domenico Balestri, magnano in quel tempo al Pozzo del Pontevecchio, il quale aveva qualche pratica nel lavorare grandi oriuoli da muro, e da esso fecesi fabbricare il telajo di ferro, le ruote con i loro fusti e rocchetti, senza intagliarle, ed il restante lavorò di propria mano facendo nella ruota più alta, detta delle tacche, numero dodici denti con altrettanti pironi scompartiti in mezzo fra dente e dente, e col rocchetto nel fusto di numero sei; et altra ruota che muove la sopraddetta di numero novanta. Fermò poi da una parte del braccio, che fa croce al telajo, la chiave o scatto, che posa sulla detta ruota superiore, e dall’altra impernò il pendolo, che era formato di un filo di ferro, nel quale stava infilata una palla di piombo, che vi poteva scorrere a vite, a fine di allungarlo o scorciarlo secondo il bisogno d’aggiustarlo col contrappeso. Ciò fatto, volle il signor Vincenzo che io (come quegli ch’era consapevole di questa invenzione, e che l’avevo stimolato ad effettuarla) vedessi così per prova e più d’una volta la congiunta operazione del contrappeso e del pendolo; il quale stando fermo tratteneva il discender di quello, ma sollevato in fuori e lasciato poi in libertà, nel passare oltre il perpendicolo, con la più lunga delle due code annesse all’impernatura del dondolo, alzava la chiave che posa ed incastra nella ruota delle tacche, la quale, tirata dal contrappeso, voltandosi colle parti superiori verso il dondolo, con uno de’ suoi pironi calcava per di sopra l’altra codetta più corta, e le dava nel principio del suo ritorno un impulso tale, che serviva d’una certa accompagnatura al pendolo, che lo faceva sollevare fino all’altezza d’ond’era partito; il quale ricadendo naturalmente e trapassando il perpendicolo, tornava a sollevare la chiave, e subito la ruota delle tacche in vigor del contrappeso ripigliava il suo moto, seguendo a volgersi e spingere col pirone susseguente il detto pendolo».
Vedi Giornale dell’Istituto lombardo, 1854, novembre. Galileo, il novembre 1637, scriveva a frà Micanzio: — Per ora sono intorno al distendere un catalogo delle più importanti operazioni astronomiche, le quali riduco a una precisione tanto esquisita, che mercè della dualità degli stromenti per le osservazioni della vista e per quelli co’ quali misuro il tempo, conseguisco precisioni sottilissime quanto alla misura non solamente di gradi e minuti primi, ma di secondi, terzi e quarti ancora; e quanto a’ tempi parimente, esattamente si hanno le ore, minuti primi, secondi e terzi, e più se più piace; mercè delle quali invenzioni si ottengono nella scienza astronomica quelle certezze che sinora co’ mezzi consueti non si sono conseguite».
Qui c’è evidente esagerazione, essendo noi ben lontani da tanta finezza d’istromenti, quantunque assai migliorati. All’Esposizione universale del 1855 a Parigi era esposto un pendolo applicato alla misura del tempo, secondo una lettera di Galileo, troppo distante dall’odierna precisione.