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Storia degli Italiani, vol. 11 (di 15)

Note 64 — CAPITOLO CLI. Governo spagnuolo in Lombardia e nelle Due Sicilie.

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Come di tutte le cospirazioni fallite, si disputò se realmente sussistesse. Il Botta non fa che copiare elegantemente il Giannone, il quale copiò materialmente il Parrino. Guglielmo Libri, nell’Histoire des mathématiques, vol. IV. p. 151, asserisce che il est difficile de ne pas voir en Campanella un martyr de l’indépendance italienne!

Del Campanella come filosofo e politico parliamo a disteso nel Cap. CLVIII. Ma qui serve mostrare con qual politica egli insegnava alla Spagna a farsi forte nella penisola. — Quella parte d’Italia che da’ suoi principi è retta, è istigata all’odio degli Spagnuoli; però essa in due cose minaccia il re: l’una è con chiamare Francesi in sullo Stato di Milano, al che il re può provvedere col presidiar bene i confini, e levar via li villaggi senza mura, che sono preda delle prime scorrerie, e far che, all’usanza di Ungheria, tutti i beni stieno nelle città, e gli armamenti dell’armi meccaniche ancora. Genova è opportunissima per soccorrere, e Napoli ancora quando il re facesse un’armata, perchè il signor del mare sempre della terra fu signore, che quando li piace sbarca le sue forze osservando il tempo e il luogo. Ma neanco i Franzesi possono senza chiamata. Onde, per meglio ovviare, deve il re tenere confederazioni con Svizzeri e Grisoni suoi convicini e pagare trentamila di quelli ordinariamente con mezza paga, come fanno i Veneziani, e al bisogno opponerli ad ogni possanza. E acciò che moltiplicando tali popoli non invadino sopra il ducato di Milano, come hanno fatto al tempo de’ Romani, è bene disgiungerli spesso in Fiandra e nel Mondo Nuovo ed in Napoli. Certo, se questi popoli s’accordassero, l’Italia sarebbe loro; ma mentre servono a diversi re e repubbliche, come hanno cominciato, mai non si uniranno in moltitudine contro l’Italia; e perciò bisogna cautelarsi con tenerne assai di loro. L’altra minaccia d’Italia è l’unirsi col papa e Francia a danno di Spagna; ma questa cosa è delusa se il re vuole; imperocchè nessuno di loro si fida solo far questo, senza il papa e Francia, poichè a mantenersi appena bastano, e non cercano acquistare se non per qualche gran rivoluzione, come fecero i Veneziani a tempo delle guerre papali con gl’Imperiali, e nel passaggio d’Oltramontani. Dunque se il re col papa s’accosta, mai può temere; perchè nessun regno d’Italia senza suo volere mai si mutò, e tutte le mutazioni di Napoli egli le fece. E se il papa vuole contro qualche duca o repubblica d’Italia armarsi, subito vince, quando usa tutti i rimedj, cioè bandire l’indulgenze contra, e assolvere i vassalli dal giuramento, e chiamare a danno loro altri, come fece Giulio II quando scomunicò i Veneziani e perdettero ogni cosa. Or ceda il re al papa anche l’Exequatur, e gli doni l’autorità dell’ultima appellazione, che due vescovi col re, come clerico, siano giudici d’ogni appellazione, secondo che fece Costantino, e faccia patto col papa che gli altri, i quali non cedano, perdano lo Stato. Perchè se gl’Italiani signori alcuni o tutti cederanno, il re, come vindice delle giurisdizioni papali, con crociate ed altre forze del papa, ad uno ad uno gli abbasserà tutti sotto il suo dominio; e mentre cede al papa guadagna l’animo e le forze sue, e delli principi italiani le forze. Questo si può fare al tempo suo; ma stando le cose come oggi stanno, deve sforzarsi il re di tenerli disuniti servendosi di Parma o d’altri, e gli altri curando, chiamando i Veneziani padri dell’Italia per onorarli, e chiedendo loro alcuni giudici nobili per mandarli al governo di Fiandra, perchè quei popoli più si confanno con li Italiani, massime con Veneziani, e gli deve premiare di qualche baronia, già assicurato che essi sono giusti e magnanimi, e deve procurar anche che gli Olandesi piglino legge da Venezia. Ma se si potesse con tal arte indurre i Veneziani alle mercanzie del Mondo Nuovo, levandoli quelle d’Alessandria e Soria per il mar Rosso con le navi portoghesi, sarebbe un insignorirsi di Venezia come di Genova. Però per assicurarsi da’ Veneziani, non solo è buona l’armata che corseggi l’Italia, ma le forze dell’arciduca di Gratz ancora, e de’ Grigioni loro confini, servendosi di quelli in guerra con suo utile e paura de’ Veneziani. Da Toscana poi e Venezia deve il re ricettare tutti li banditi, e servirsi di loro in guerra e remunerarli perchè chiamino gli altri, e gli abbia opportuni contro la patria loro, come spesso fece il duca di Milano e il re di Francia coi fuorusciti genovesi e fiorentini. Onde oggi li Piccolomini e li Strozzi insieme con Don Pedro de’ Medici sarebbono di gran paura al granduca di Fiorenza. Ma se il re ha caro di fare che si disuniscano, non faccia paura a loro, poichè la paura di Spagna mantiene l’Italia unita: però bisogna mostrare poca voglia contro di loro. Con la religione nè si devono nè possono disunire, ma con i benefizj come fu detto. Ma se un papa austriaco si facesse, sarebbe finita l’Italia. Il trattare con Genova è ottimo come fa, perchè ha Genova per suo erario, e se ne serve ad abbassare i baroni delli altri Stati per navigare. Ma se gli deve mantenere in modo che non per necessità lo servino, ma per amore. Così li debiti a loro non deve estorcere, nè terre di presidio assai deve a loro dar in pegno, che in una rivoluzione d’Italia potrebbono alzar la bandiera per Genova. Sempre dunque il re avrà l’occhio fisso sopra queste due repubbliche floridissime, Venezia e Genova, delle quali è senza dubbio che Venezia avanza di gran lunga Genova e di stato e di grandezza: e se ne cercheremo la ragione, troveremo ciò essere avvenuto perchè i Veneziani attendono alla mercanzia libera, e si sono arricchiti mediocremente in particolare, ma infinitamente in comune, ma all’incontro i Genovesi impegnandosi affatto in cambj, hanno arricchito immoderatamente la facoltà particolare, ma impoverito altamente le entrate pubbliche. E per conto di questa diversità avrà il re diverse maniere di trattare con l’una e l’altra repubblica». Della monarchia di Spagna, cap. XXI.

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