Note 63 — CAPITOLO CLI. Governo spagnuolo in Lombardia e nelle Due Sicilie.
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Lib. XXXIII. c. 4. Della condizione delle Due Sicilie ben informa Federico Badoero nella relazione che, reduce dall’ambasceria a Carlo V, nel 1557 fece al senato veneto (Relazione d’ambasciadori veneti, vol. III, serie 1ª). Ne scerremo pochi passi caratteristici: — È il regno di Napoli reputato il primo del mondo per fertilità, considerata la quantità e la qualità delle cose che vi nascono. Di grani ne vengono in Venezia, e ne vanno in Genova e Toscana. Ha animali assai, ogni sorta di frutti, di mandorle, noci ed aranci, de’ quali ne vanno in Barberia ed Alessandria, e ne vengono in Venezia in gran copia. Di zafferani ne manda per tutta Italia e Germania per più di centomila scudi, e Roma suol ricevere dal regno gran parte del suo alimento. Di olio ne spedisce un milion d’oro in diverse parti, e sete a Genova, Lucca e Milano, e così bambage, lana, galla e comini. Tutti li luoghi del regno tra città, terre, castelli, borghi e villaggi sono duemila seicento in circa. Quelli che hanno nome di città sono più di cento, ma da Capua, Gaeta, Otranto e Cosenza in fuora, sono tutte di cattive abitazioni, sporche e piene di gente vile: ma si vedono in Napoli raccolte tutte le belle parti che potriano adornare molte di loro, la quale abbonda di tutte le cose necessarie al vivere, ed è piena d’ogni sorta d’artefici e mercanti; ha eziandio un deposito di trecentomila scudi per le occorrenze della difesa del regno, de’ quali tengono li deputati una chiave e un’altra il vicerè. Vi è numero assai di gente da prender l’armi; tutti i tribunali di giustizia sono in essa; vi si vive religiosamente, e vi si trovano persone assai divote, specialmente le grandi, le quali fanno molte elemosine e altre opere piissime. Tuttavia è quello il peggior regno del mondo per uomini di cattiva vita, i quali pare che da natura nascano inclinati ad ogni tristizia. Sono molto audaci e dediti alla lussuria, e le donne quasi tutte meretrici. Fanno spese magnifiche nel vestire, ma stanno in casa vilissimamente. Sono ambiziosi e presuntuosi, desiderosissimi di vendicarsi, adulatori grandissimi e loquacissimi, bugiardi, e par loro che l’osservare sia paura, e di tutte le cose si burla questa pessima generazione. Al governo delle cose famigliari sì gli uomini come le donne bene attendono, e vagliono assai, e sono atti a’ negozj per l’acuto ingegno che hanno. Si dilettano di lettere, e massimamente di poesia, e fanno professione sopra ogni altra cosa dell’armi. Le donne sono di maniere assai graziose, ed esse e gli uomini di bella forma, e vivono comunemente fino a sessant’anni; la loro complessione è sanguigna e collerica. Gli abitanti del regno si sono trovati essere due milioni cinquecentomila e trecento... Uomini d’arme mille quattrocento, in gran parte gentiluomini, e tutti di bella e buona complessione di corpo, di cuor grande e d’intelligenza e valore. Hanno fatto prova nelle guerre di Piemonte, Toscana e Germania, e tutte le compagnie si trovano benissimo armate, e molto meglio fornite di cavalli, perchè vi sono delle razze assai, e ben tenute da’ contadini e signori; e di quella del re, che è numerosissima di giumente, se ne prevagliono a conto delle loro paghe. Sono per lo più li cavalli napolitani di mediocre vita, non vaghi come li giannetti, ma più belli che li frisoni, forti e coraggiosi; ed usano di armarli in guerra di pettorale e frontale. I cavalleggieri sono ordinariamente duecento delle qualità predette; vi è poi una compagnia di cento gentiluomini, la metà italiani, e l’altra metà spagnuoli, chiamati li Continui, anticamente deputati a far la guardia al re, e il pagamento di ciascuno è di centocinquanta ducati all’anno e trentasei per le tasse.
«Di gente a piedi si potrebbero fare ventimila fanti, ma farebbe bisogno trovare tutte le sorta d’arme per ciascuno, essendo loro vietato il tenerne; e se verso sua maestà fossero amorevoli, se ne potrebbero mettere tanti insieme, che le genti del papa con quelle del re di Francia e un terzo appresso non sarebbero bastanti a fermar il piede in niuna parte di esso regno; e li fuorusciti e quelli che vanno fuori per elezione, che ve ne sono sempre tra due e tremila, servendo chi il suo re, chi quello di Francia e altri, fanno riuscita di valorosi soldati.
«Di galere ne tiene ordinariamente esso regno cinque, ma fino a venti si stima che ne potrebbe fare, ma di qualità piuttosto inferiori che pari a quelle di Sicilia...
«L’entrate ordinarie di sua maestà da fuoghi, dogane, gabelle, dazj e tratte di varie cose, sono di ducati intorno ad un milione, e li donativi ogni due o tre anni, ora di seicento, ora di ottocentomila ducati, ma delle ordinarie ne ha già sua maestà impegnato per cinquecentomila ducati.
«De’ signori temporali, i principi sono tredici, i quali hanno di rendita da sedici fino a quarantacinquemila ducati; li duchi sono ventiquattro, con rendita fino a ventiseimila ducati; i marchesi venticinque con rendita da quattro a ottomila; li conti novanta, de’ quali alcuni ne hanno duemila, alcuni mille, ed altri soli cinquecento ducati; e i baroni sono presso a ottocento; onde l’entrata di tutti insieme può ascendere sino a un milione e mezzo d’oro; e quella delle terre franche è così picciola cosa, che non accade farne menzione alcuna.
«Quanto all’animo de’ sudditi verso sua maestà, si può dire che il maggior numero di essi abbiano lui e tutta la nazione spagnuola in odio, parte come parenti di tanti fuorusciti, parte come quelli che si vedono privi di molti e diversi gradi ed utili, che per privilegio del regno dovevano esser dati loro, e non a’ Spagnuoli. Li ben disposti sono quelli che hanno avuto beni dei fuorusciti, e che per dubbio di perderli sostengono le parti di sua maestà regia. Ma in generale quei popoli che hanno l’umore non più inclinato a’ Francesi che a’ Spagnuoli, non l’amano, per le tante e continue gravezze che sono costretti a pagare, e per la loro naturale disposizione, che è di esser più desiderosi di novità che d’altri del mondo. L’obbligo poi de’ signori è di servire con la persona quando il regno viene assaltato; ma alle volte hanno usato di pagare fino a centocinquantamila scudi tra tutti per non andare ecc.».
Altri ragguagli si raccolgono dall’informazione di Michele Suriano al 1559: — Non si può immaginare alcuna via da cavar denari da’ popoli, che non sia in uso in quel regno. Onde i regnicoli per la maggior parte sono falliti e disperati, e molti si mettono alla strada per non avere altro modo di vivere; onde nasce tanto numero di ladroni e fuorusciti, che non ne sono altrettanti in tutto il resto d’Italia. La causa di così grande strettezza è notissima, che l’entrate del regno sono vendute ed impegnate per la maggior parte, e la spesa non si sminuisce, ma s’accresce degl’interessi aggiunti, ed oltre di questo dagli accidenti straordinarj, che hanno bisogno di provvisioni estraordinarie, come l’anno del 1557, che il regno fu assaltato da’ Francesi...
«La spesa dannosa è quella di tante fortezze che non sono manco di venti o venticinque per il regno, e se n’aggiunge ogni dì qualcuna per appetito delli vicerè, li quali per accomodare alcun suo creato trovano un sito, e principiano a fortificarlo per mettere costui alla custodia con una compagnia di fanti con quattrocento o cinquecento ducati di provvisione all’anno; il che è causa di molti danni, perchè le fortezze non si forniscono, e restano imperfette ed in pericolo d’esser occupate e tenute dalli nemici, o se pur si forniscono, hanno bisogno di molta spesa e di molta gente, e di molti capi per custodirle.
«Nelli capi v’è questa difficoltà, che un solo che sia di poco valore o di poca fede, tradendo la sua patria, può mettere in confusione tutto il regno. Ma nelle genti ve ne sono due: l’una in tempo di pace, che per guardar tanti luoghi bisogna mezzo un esercito; l’altra in tempo di guerra o di sospetto: che se la provvisione che si fa nel regno si parte per le fortezze, si perde la campagna, e se si sta in campagna, si perdono le fortezze, perchè non si può sapere il disegno de’ nemici, e non si può esser in tempo a soccorrerle da ogni parte; e provvedere per le fortezze e per la campagna è impossibile...
«Dell’animo dei popoli mi basterà dire quello che è solito dirsi de’ Napoletani, che ogni governo li sazia ed ogni stato li rincresce; e benchè le cose siano ridotte in termine che la corona di Spagna, per un continuato possesso di tanti anni e per la grandezza della sua fortuna, ha spente tutte le passioni antiche del regno... però il re presente non sarà sicuro della volontà di quei popoli, quando avesse qualche sinistra fortuna o in Italia o in altre parti. E tanto più quanto li baroni e li privati sono malcontenti; questi per le troppe gravezze, e quelli per la poca stima che è fatta di loro, ed universalmente tutti per molti difetti che sono in quel governo, che sono tre specialmente. L’uno è, che sua maestà tiene quel regno in forza, perchè dubitando dell’animo de’ regnicoli vuole avervi sempre una guardia di Spagnuoli; e sebbene si tollera il tener con forza esterna li Stati che s’acquistano di nuovo, però in un regno antiquato nella Casa e fatto già ereditario, le forze forestiere sono più per afflizione de’ popoli che per custodia del regno. Il secondo difetto è che le utilità e onori del regno, che dovrebbero essere distribuiti fra li regnicoli, si danno per l’ordinario a Spagnuoli ed a Giannizzeri, che così chiamano quelli nati di sangue misto di Spagnuoli e di quelli del regno; onde li regnicoli non possono sperare per alcuna via d’aver gradi nelle loro patria nè appresso il loro principe, e tutti quei popoli premono in questo più che altra nazione del mondo. Il terzo difetto è nelle cose della giustizia, la quale è eseguita in quel regno senza far differenza alcuna fra nobili e ignobili; e sebbene nel viver politico la giustizia distributiva vuol esser regolata con proporzione geometrica, che è secondo la qualità delle persone, altrimenti non è giustizia (come si vede che la pena dell’infamia è ad un ignobile poca, e ad un nobile grandissima), però quei ministri procedono nelli meriti e demeriti, nelli favori e disfavori de’ nobili ed ignobili con un’istessa misura, non avendo considerazione alla diversità che ha messa fra questi e quelli la natura e la fortuna, che non si può mutare chi non muta la natura e i costumi di tutto il mondo. Di qui nasce che li nobili si disperano, vedendosi abbassati al pari di quelli che gli sono inferiori; e gl’ignobili, per essere trattati come nobili, diventano insolenti e presuntuosi. Tutti questi rispetti, e altri che lascio per brevità, fanno stare quei popoli malcontenti in modo, che sarebbe pericolo che in qualche occasione che si appresentasse fossero facili a mutar principe, credendo di mutare fortuna; sebbene hanno provato molte volte, che quel male è come la febbre d’un infermo, che per cambiarsi di un letto in un altro e d’una camera in un’altra, non per questo l’abbandona, ma la porta seco in ogni luogo.
«Ma li Siciliani non hanno causa di desiderare mutazion di stato se non fosse per le parzialità che sono fra loro; le quali sebbene don Ferrante Gonzaga ed altri vicerè hanno cercato di comporre, non hanno mai potuto far tanto che basti, perchè la discordia invecchiata è come un’infermità velenosa sparsa per tutto il corpo, che sebbene per forza di medicine ed empiastri si mitiga da una parte, però dà fuori dall’altra, e da quella dove manco s’aspetta; e le discordie fra cittadini, massime quelle fra nobili e plebei, hanno sempre causato grandissimi danni nelle città e nei regni. Per questo pericolo fu già consigliato l’imperatore a fare una fortezza in Palermo per tener in freno quella città, la quale per essere grossissima, e piena di baroni e signori e principali capi di quel regno, è seguitata nelle azioni sue o buone o cattive da tutto il resto dell’isola ecc.».