Note 226 — CAPITOLO CXLIV. Costumi. Opinioni.
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Keplero nel 1618 mise fuori la profezia di sette M. Essendo morto l’imperatore Mattia, al 20 marzo seguente, si spiegò: Magnus monarca mundi medio mense martii morietur.
Nella XXIX lettera al signore Dell’Isola fra Paolo Sarpi scrive: — Non posso penetrare in modo alcuno il senso di quelli che dicono, Dio ha predetto e voluto questo, e tuttavia si affaticano acciò non sii. Ma dell’astrologia giudiziaria bisognerebbe parlarne con qualche Romano, essendo quella più in voga nella loro corte, che in questa città. Con tutto che vi concorra ogni abuso, questo mai ha potuto aver luogo: la vera causa è perchè qui le persone non aggrandiscono se non per gradi ordinarj, e nessun può sperare oltre lo stato suo, nè fuori dell’età conveniente. In Roma, dove oggi si vede nel supremo grado chi jeri era ancora nell’infimo, la divinatoria è di gran credito.
«Che miseria è questa umana di voler sapere il futuro! a che fine? per schifarlo? Non è questa la più espressa contraddizione che possa esser al mondo? Se si schifarà, non era futuro, e fu vana la fatica. Io nell’età di anni venti attesi con gran diligenza a questa vanità, la quale se fosse vera meriterebbe che mai si attendesse ad altro. Ella è piena di principj falsi e vani, onde non è maraviglia che seguano pari conclusioni; e chi ne vuol parlare in termini di teologia, credo che la troverà dannata dalla Scrittura divina, Isaia, c. 7. Sono anche assai buone le ragioni di Agostino contro questa vanità, De civitate Dei, lib. V. cap. 1 e 6; III. c. 4; Confess., cap. 3 e 5; super Genes., cap. 16 e 17. Se costì fosse un re mutabile, che ricevesse in grazia oggi questo, domani un altro, l’astrologia piglierebbe molta fede, e chi fosse giovane perderebbe anco quella che ha.
«Io tengo poche cose per ferme, sì che non sii parato a mutar opinione; ma se cosa alcuna ho per certa, questa n’è una, che l’astrologia giudiziaria è pura vanità».