Note 102 — CAPITOLO CXLI. Lingue dotte. Risorgimento della italiana. La Crusca. La Critica.
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Trajano Boccalini, negli spiritosi suoi Ragguagli del Parnaso, introduce uno Spartano, che, per aver detto in tre parole ciò che poteva in due, è condannato a leggere il Guicciardini: scorsene alcune pagine, va e implora piuttosto le galere che quel supplizio. Vaglia d’esempio questo periodo, che pure è dei discreti, e che riferisco anche per le molte e belle e ben dette sentenze: — Queste cose dette in sostanzia dal cardinale (di san Pietro in vincola), ma secondo la sua natura più con sensi efficaci e con gesti impetuosi ed accesi, che con ornato di parole, commossero tanto l’animo de’ re, che non uditi più se non quegli che lo confortavano alla guerra, partì il medesimo dì da Vienna, accompagnato da tutti i signori capitani del reame di Francia, eccetto il duca di Borbone, al quale commesse in luogo suo l’amministrazione di tutto il regno, e l’ammiraglio, e pochi altri, deputati al governo ed alla guardia delle provincie più importanti; e passando in Italia per la montagna di Monginevra, molto più agevole a passare che quella di Monsanese, e per la quale passò anticamente, ma con incredibile difficoltà, Annibale cartaginese, entrò in Asti il dì nono di settembre dell’anno mille quattrocentonovantaquattro, conducendo seco in Italia i semi d’innumerabili calamità e d’orribilissimi accidenti e variazioni di quasi tutte le cose, perchè dalla passata sua non solo ebbero principio mutazioni di Stati, sovversione di regni, desolazioni di paesi, eccidj di città, crudelissime uccisioni, ma eziandio nuovi abiti, nuovi costumi, nuovi e sanguinosi modi di guerreggiare, infermità in sino a quel dì non conosciute, e si disordinarono di maniera gl’instrumenti della quiete e concordia italiana, che non si essendo mai potuti raccordare, hanno avuto facoltà altre nazioni straniere ed eserciti barbari di conculcarla miserabilmente e devastarla; e per maggiore infelicità, acciocchè per il valore del vincitore non si diminuissero le nostre vergogne, quello, per la venuta del quale si causarono tanti mali, se bene dotato sì ampiamente de’ beni della fortuna, era spogliato quasi di tutte le doti della natura e dell’animo, perchè certo è che Carlo insino da puerizia fu di complessione molto debole e di corpo non sano, di statura piccolo e d’aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità de gli occhi) bruttissimo, e l’altre membra sproporzionate, in modo che pareva quasi più simile a mostro che a uomo, nè solo senza alcuna notizia delle buone arti, ma appena gli furono cogniti i caratteri delle lettere; animo cupido d’imperare, ma abile più ad ogni altra cosa, perchè aggirato sempre da’ suoi, non riteneva con loro nè maestà nè autorità; alieno da tutte le fatiche e faccende, ed in quelle, alle quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudizio; se pure alcuna cosa pareva in lui degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più lontana dalla virtù che dal vizio; inclinazione alla gloria, ma più presto con impeto che con consiglio; liberalità, ma inconsiderata e senza misura o distinzione; immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma spesso più ostinazione mal fondata che costanza; e quello che molti chiamavano bontà, merita più convenientemente nome di freddezza e di remissione d’animo».