Note 99 — CAPITOLO CXLI. Lingue dotte. Risorgimento della italiana. La Crusca. La Critica.
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«Io non saprei bene affermare, serenissimo principe (il doge) quali sieno più, coloro che la potenza e la cupidità dell’imperadore non conoscono, o coloro che, conoscendola, e grande e spaventevole riputandola, stordiscono, o, come piccioli fanciulli desti la notte al bujo, temendo forte, per soverchia paura sì taciono, e soccorso non chiamano, quasi l’imperadore, come essi facciano zitto o motto, così gli abbia a tranghiottire e divorare incontinente, e non prima...
«Che voglion dire tante vigilie, tanto dispendio, tanto travaglio, e tante fatiche dell’imperadore? o a qual fine o a qual termine vanno, altro che recare Italia e l’universo in sua forza, e la sua potenza e la sua signoria dilatare, e distendere più là, che già i confini del mondo non sono, come egli nelle sue bandiere scrive di voler fare?...
«E siamo certi che niun pensiero, niun atto, niun passo, niuna parola, niun cenno dell’imperadore ad altro intende, nè altro opera, nè d’altro ha cura di tôrre, o, come altri stimano, di ritôrre gli Stati, le terre e le città de’ vicini e de’ lontani, e all’imperio o darle o renderle; ed in ciò si consumano i suoi diletti e le sue consolazioni tutte. Queste sono le sue caccie; questi gli uccelli, questo il ballare, e gli odori, e il vagheggiare, e gli amori, e i carnali appetiti e delizie sue...
«Ecco adunque, serenissimo principe, i misericordiosi e magnanimi gesti dell’imperadore, i quali, coloro che di sua parte sono, in tanta gloria gli attribuiscono: uccidere i re non nati ancora anzi pure ancora non conceputi o generati, nè da doversi concepire; e alle afflitte città, che nelle braccia sue si gettano, ed a lui per alcun rifugio corrono, mugnere il sangue, e gli spiriti suggere, e la vera libertà, onde essi l’han fatto depositario e guardiano, rivendere, anzi renderla loro falsa, e contraffatta e di mal conio impressa...
«Ricordisi adunque la serenità vostra, che questa medesima lingua e questa medesima penna, che artificiosamente v’alletta e adesca colla sua falsità, Roma arse, e gli altari e le chiese e le santissime reliquie ed il vicario di Cristo; anzi pure il santissimo corpo di sua divina maestà tradì e diede in preda alla barbarica ferita ed all’eretica avarizia: perocchè la santa memoria di Clemente, fu con tre false paci e non con alcuna real guerra vinto...
«E i suoi parentadi, quali e come fatti? Bruttarsi le mani nel sangue dell’avolo de’ suoi nipoti, e il suocero di sua figliuola ucciso gittare a’ cani, e la sua stessa progenie innocente cacciare di Stato, sono le sue tenere e parentevoli carezze... Oh infelice, oh sfortunata, oh travagliata, oh veramente ebbra e sonnacchiosa Italia!
«L’imperadore vuole abbattere e disertare santa Chiesa, e in ciò è fermissimo e pertinace. Ed oltre a questo, non essendo a sua maestà per tutto il tradimento di Piacenza cessata ancora l’ira nè avendo il suo sdegno col sangue di quel misero duca satollo, la vita e lo spirito di sua beatitudine appetisce, e vuole similmente il re cristianissimo cacciare di Piemonte e di Francia, e distruggerlo ed ucciderlo; nè mai da questo suo proponimento in alcuna maniera, nè per alcuno accidente s’è potuto rimovere...»
Egli stesso, nell’orazione a Venezia per la Lega, descrive la monarchia: — Certo sono, serenissimo principe, che la serenità vostra non vide mai questa pessima e crudelissima fiera, nè di vederla ha desio: ma ella è superba in vista, e negli atti crudele, ed il morso ha ingordo e tenace, e le mani ha rapaci e sanguinose; ed essendo il suo intendimento di comandare, di sforzare, di uccidere, di occupare, di rapire, conviene ch’ella sia amica del ferro e della violenza e del sangue: alla quale sua intenzione recare a fine, ella chiama in ajuto (perocchè invano a sì crudele ufficio altri chiamerebbe) gli eserciti di barbare genti e senza leggi, l’armata de’ corsali, la crudeltà, la bugia, il tradimento e l’eresia, lo scisma, le invidie, le minaccie e lo spavento; ed oltre a ciò le false ed infide amicizie, e le paci simulate, ed i crudeli parentadi, e le pestifere infinite lusinghe. Tale, serenissimo principe, è l’orribile aspetto; tali sono i modi ed i costumi e gli arredi della crudel monarchia, quali divisato e figurato gli ho: nè altra effigie, nè altro animo, nè altra compagnia potrebbe avere sì dispietato e sì rabbioso mostro; poichè ella il sangue e la libertà e la vita di ognuno appetisce e divora».