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Storia degli Italiani, vol. 09 (di 15)

Note 228 — CAPITOLO CXXXV. Clemente VII. Sacco di Roma. Pace di Barcellona.

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Il cardinale Wolsey inglese, ministro di Enrico VIII, aveva sempre spasimato per la tiara; morto Adriano VI, faceasi raccomandare caldamente dal suo re; e negli State’s papers ultimamente apparve la lettera di lui agli ambasciadori inglesi a Roma, dove, a tacer altro, dopo mostrato conoscere le probabilità favorevoli al cardinale Medici, soggiunge:

— Potrà darsi troviate che il cardinale ha tanti avversarj nel sacro collegio da non nutrire ragionevole speranza di riuscire. In tal caso potrete con più franchezza indagare com’e’ sia disposto a mio riguardo. E gli direte che, se egli non riuscisse, il re farebbe ogni possibile per me; lo che in certo modo sarebbe la medesima cosa, giacchè egli ed io nutriamo un desiderio solo, e siamo concordi nello zelo per il bene e la quiete della cristianità, per l’aumento e la sicurezza d’Italia, pel benefizio e vantaggio della causa dell’imperatore e del re. Se divenissi papa io, sarebbe in certo modo papa lui, tanto io gli ho amore, stima e fiducia; egli sarebbe sicuro di ottenere tutto secondo l’animo e desiderio suo, e di conseguire tutti gli onori possibili per sè, per gli amici e pe’ congiunti suoi. Con tali parole assicuratevi che, non potendo per sè, egli coi suoi aderenti s’adoperi per me. Se vedete dunque scemare le probabilità pel detto cardinale, procederete franco nel mio interesse, presentando le lettere del re al sacro collegio, e ai singoli cardinali che giudicherete ben disposti. Presso i medesimi, in segreto, farete valere quanto sarà in voi le mie povere qualità: tali sono la grande esperienza degli affari del mondo, e l’intero favore dell’imperatore e del re; le mie molte relazioni con altri principi, e la cognizione profonda delle cose loro; l’incessante zelo pel bene loro e per la sicurezza d’Italia e la quiete della cristianità; il non mancarmi, la Dio mercè, sostanze da usar liberalità verso gli amici; la vacanza che dalla mia elezione risulterebbe di varj alti uffizj, di cui disporrei in favore de’ cardinali che l’avessero meritato con vera e ferma amicizia verso di me; la grata dimestichezza che essi troverebbero in me; il mio carattere non austero nè disposto a rigore: il non avere nè fazione nè famiglia, cui dimostrarmi parziale nelle promozioni o collazioni di benefizj ecclesiastici. Quel che però più monta si è che, per mio mezzo, non solo all’Italia si renderebbe perpetua sicurezza, ma si ristabilerebbe tra’ principi cristiani la concordia tanto necessaria; di modo che si potrebbe fare contro gl’infedeli la maggior spedizione che da lunghi anni siasi tentata. Essendochè in tal caso l’altezza del re ha promesso di venire, volente Deo, a Roma; dove non dubiterei di trarre parecchi principi cristiani, deciso come sono ad esporre la mia propria persona qualora Iddio mi largisse tanta grazia; potendo la mia presenza conciliare molte cose che produssero male intelligenze fra i principi. Tutto ciò per altro non va messo in primo luogo, nè sarebbe il migliore spediente per guadagnarsi i cardinali. Userete dunque della vostra prudenza rimovendone i dubbj d’una traslocazione della santa Sede, nè di ritardo al venire, dicendo che, seguìta ed annunziatami l’elezione, non mancherei colla grazia di Dio di essere a Roma nello spazio di tre mesi, onde passare ivi e in quelle parti il rimanente de’ miei giorni. Con tali assicurazioni, e colle promesse di larghi premj per parte del re, i quali sua altezza rimette alla vostra discrezione, non v’è dubbio che otterrete il voto di molti, se si abbia riguardo all’onore della Sede apostolica, alla sicurezza d’Italia, alla pace della cristianità, alla sua difesa contro gl’Infedeli, all’esaltamento della fede, alla guerra contro i nemici di Cristo, all’incremento e benessere del collegio dei cardinali, mediante il vantaggio e la promozione loro, ed insieme un trattarli cortese, franco e liberale; insomma al benefizio di santa Chiesa».

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