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Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15)

Note 164 — CAPITOLO CXXII. Scienziati. I libri. La stampa.

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Diconsi palimsesti (πάλιν φηστὸς, di nuovo raschiato). Ciò si costumava già dagli antichi, e Cicerone (Famil., VII, 18) scrive: Quod in palimsesto, laudo equidem parsimoniam; sed miror quod in illa chartula fuerit quod delere malueris, quam exscribere, nisi forte tuas formulas. Non enim puto te meas epistolas delere ut deponas tuas. An hoc significas nil fieri? frigere te? ne chartam quidem tibi suppeditare? Il primo palimsesto cui si facesse mente, fu alla biblioteca del re di Francia nel 1692, ed era un manoscritto delle opere di sant’Efrem.

Finchè s’ebbe carta papiracea, su quella si stesero gli atti pubblici. I più antichi d’Italia su carta pecora sono una concessione di re Liutprando del 712 nell’archivio di Milano, e uno del 784, ove Felice vescovo di Lucca conferma la donazione di Faulone al monastero di san Fridiano. Il più antico atto sopra carta bambagina è del 1145 in Sicilia, ove re Ruggero II fa concessioni all’abate di San Filippo di Fragola. Nell’archivio delle Riformagioni di Firenze trovasi un diploma in greco del 1192, in cui Isacco Langelo imperatore ammette i Pisani alla pace colle terre di Romania.

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