Note 361 — CAPITOLO CIX. Incrementi di Firenze. Il duca d’Atene. La Morte nera. Petrarca e Boccaccio.
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Son note le lunghe fatiche adoperate tra a Firenze e a Roma, tra dagli accademici della Crusca e dal maestro del Sacro Palazzo per allestire un’edizione purgata del Decamerone. Il Ginguené, il Foscolo, dopo molti e seguiti da molti, non rifinano di cuculiare sopra questo censore. Eppure, convenuto che niuno porrebbe il Decamerone in mano a’ suoi figliuoli e neppure a sua moglie, e che, chi non voglia i petulanti arbitrj della censura preventiva, dee sottomettersi ai giudizj della repressiva, dovrà in quella fatica riconoscere il desiderio di dare agli studiosi un libro, che credeasi opportunissimo per l’arte quanto pericoloso pel costume.
Ugo Foscolo, che non sa di frate, termina il secondo suo inno alle Grazie raccontando l’origine del Decamerone:
Gioì procace Dioneo, sperando Di sedur, coll’esempio della ninfa, La ritrosa fanciulla, e pregò tutti Allor d’aita, e i satiri canuti E quante invide ninfe eran da’ balli E dagli amori escluse: e quei maligni Di scherzi e d’antri e d’imenei furtivi Ridissero novelle, ed ei ridendo Vago le scrisse, e le rendea più care: Ma ne increbbe alle Grazie. Or vive il libro Dettato dagli Dei, ma sventurata Quella fanciulla che mai tocchi il libro! Tosto smarrite del pudor natìo Avrà le rose; nè il rossore ad arte Può innamorar chi sol le Grazie ha in core.