Note 350 — CAPITOLO CIX. Incrementi di Firenze. Il duca d’Atene. La Morte nera. Petrarca e Boccaccio.
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Tali sarebbero i frequenti giuocherelli sul nome di Laura; tale la gloriosa colonna a cui s’appoggia nostra speranza, e il vento angoscioso de’ sospiri, e il fuoco de’ martiri, e le chiavi amorose, e il lauro a cui coltivare adopera vomer di penna con sospir di fuoco; e la nebbia di sdegni che rallenta le stanche sarte della nave sua, fatte d’error con ignoranza attorto: e i ravvicinamenti fra cose disparate, come fra sè e l’aquila, la cui vista incontro al Sol pur si difende; e il dolore che lo fa d’uom vivo un verde lauro. Nel che talvolta non ha pur rispetto alle cose sacre; come là dove loda il borgo in cui la bella donna nacque, paragonando con Cristo che sceso in terra a illuminar le carte, fa di sè grazia a Giudea; e il vecchierel canuto e bianco, che viene a Roma per rimirar la sembianza di colui che ancor lassù nel ciel vedere spera, confronta a sè che cerca la forma vera di Laura.