Note 342 — CAPITOLO CIX. Incrementi di Firenze. Il duca d’Atene. La Morte nera. Petrarca e Boccaccio.
Reading edition
Sonetto 25. II. — Nella prefazione alle Epistole famigliari dice avere scritto alcune cose vulgari per dilettar gli orecchi del popolo. Nella VIII di esse soggiunge che per sollievo dei suoi mali dettò «le giovanili poesie vulgari, delle quali or prova pentimento e rossore (cantica, quorum hodie pudet ac pœnitet), ma che pur sono accettissime a coloro i quali dallo stesso male sono compresi». Nella XIII delle Senili: Ineptias quas omnibus et mihi quoque si liceat ignotas velim. E scolpandosi a quei che lo diceano invidioso di Dante: — Non so quanta faccia di vero sia in questo, ch’io abbia invidia a colui che consumò tutta la vita in quelle cose, in che io spesi appena il primo fiore degl’anni; io che m’ebbi per trastullo e riposo dell’animo e dirozzamento dell’ingegno quello che a lui fu arte, se non la sola, certamente la prima». E nella XI delle Famigliari modestamente: — Di chi avrà invidia chi non l’ha di Virgilio?» Altrove dice essersi guardato sempre dal leggere i versi di Dante, e al Boccaccio scrive: — Ho udito cantare e sconciare quei versi su per le piazze... Gl’invidierò forse gli applausi de’ lanajuoli, tavernieri, macellaj e cotal gentame?» Eppure Jacopo Mazzoni (Difesa di Dante, VI. 29) asserisce che il Petrarca «adornò il suo canzoniere di tanti fiori della Divina Commedia, che può dirsi piuttosto ch’egli ve li rovesciasse dai canestri che dalle mani». È un’arte dei detrattori senza coraggio il deprimere un sommo col metterlo a paraggio de’ minori. Ora il Petrarca due volte menziona Dante come poeta d’amore, ponendolo in riga con frà Guittone e Cino da Pistoja; Sonetto 257: Ma ben ti prego che in la terza spera Guitton saluti e messer Cino e Dante. Trionfo d’Amore, IV: Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia, ecco Cin da Pistoja, Guitton d’Arezzo.