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Storia degli Italiani, vol. 06 (di 15)

Note 113 — CAPITOLO LXXXIV. Federico Barbarossa.

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«Fu impiccato e bruciato, e le sue ceneri sparse nel Tevere, acciocchè la stolida plebe non venerasse il corpo di questo infame», dice il buon Muratori.

* Arnaldo è divenuto un mito, e in conseguenza la storia di lui fu peggio che mai alterata. I Giansenisti nel secolo passato magnificavano Arnaldo, poi nel nostro i demolitori dell’autorità temporale dei papi. La tragedia del Niccolini è mera declamazione, ove Arnaldo è fatto eretico, mentre nella prefazione si vuole purgarlo di questa taccia. Cesare Balbo lo imputa di avere sollevato il popolo romano contro il papa, quando il papa e il popolo sarebbero dovuti unirsi ai Lombardi per difendere l’indipendenza: e così ritardò la lega di Pontida e cagionò la distruzione di Milano.

Il mettere un Lutero o un Ciciruacchio nel secolo XII è un anacronismo, quanto il mettere ai giorni nostri un Pietro Martire o un Francesco d’Assisi. Ci fu sempre, fino ai giorni nostri, chi sperò sbalzare il papa mediante l’ajuto degli stranieri, e così meditava Arnaldo. Ma il prefetto di Roma, che, in occasione delle prediche di Arnaldo, era stato insultato e peggio, lo fece prendere e impiccare, valendosi della piena podestà che gli conferiva la presenza dell’imperatore. Onde Goffredo da Viterbo canta:

Arnoldus capitur, quem Brixia sensit alumnum, Dogmata cujus erant quasi pervertentia mundum: Strangulat hunc laqueus, ignis et unda vehunt. Pantheon, 464.

Anche il Guntero lo dice fatto reo d’ambe le maestà:

Sic læsus stultus utraque Majestate reum geminæ se fecerat aulæ.

Gerhochus di Reichersperg contemporaneo ne porta questo giudizio: Quem ego vellem, pro tali doctrina sua, quamvis prava, vel exilio, vel carcere aut alia pœna præter mortem punitum esse, vel saltem taliter occisum ut romana Ecclesia, sive curia ejus necis quæstione caveret! Nam, ut ajunt, absque ipsorum scientia et consensu a præfecto urbis Romæ, de eorum custodia in qua tenebatur ereptus, ac pro speciali causa occisus ab ejus servis est. Maximam siquidem cladem ex occasione ejusdem doctrinæ idem præfectus a romanis civibus perpessus fuerat: quare non saltem ab occisi crematione et submersione ejus occisores metuerunt quatenus a domo sacerdotali quæstio sanguinis remota esset. Sed de his ipsi viderint. Sane de doctrina et nece Arnaldi idcirco inserere præsenti loco volui, ne vel doctrinæ ejus pravæ, quæ, etsi zelo forte bono, sed minori scientia prolata est, vel ejus necis perperam actæ videar assensum præbere. Nel libro I De investigat. antichrist., apud Gretser, Prolegomena ad scriptores adversus Waldenses, cap. 4.

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