Note 92 — CAPITOLO LXXXII. Effetti dei Comuni. Nomi e titoli. Emancipazione dei servi.
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Lib. II. 20. 55. 93. Nel succitato volume II dei Monum. Hist. patriæ occorrono moltissimi ricordi di vendite e d’emancipazione di schiavi a Genova, fra cui ne scegliamo alcuni:
Nel 1156 Guglielmo Zulenio vende per otto lire la sua serva Agnese non fugitivam, neque furem, sed boni moris. — L’anno stesso, Simone di Mongiardino emancipa Girardo figlio di Ubaldo suo servo, pel prezzo di lire otto pavesi, senza ritener nulla del peculio che abbia o possa avere.
1158, 16 agosto. Mosso e sua moglie Marsibilia per lire cinquanta danno a Frederzone loro servo omnimodam facultatem vivendi, standi, agendi et faciendi quod velit utpote liber homo.
1159, 12 maggio. Malovriere tum amore Dei, tum pro solidis vigintiquinque libera Alvarda sua serva; pena dieci libbre d’oro se egli o i suoi eredi vi attentino.
1160, 25 novembre. Guglielmo da Castenollo vende un servo Saracino per cinquantanove soldi.
1161, 23 febbrajo. Amico di Mirto dona a Lanfranco la porzione di proprietà che ha sopra Angelica sua serva e la figlia di lei. — 10 giugno seg. Guglielmo Moraga di Narbona vende per cinquantacinque soldi a prezzo finito un suo Saracino. — 28 luglio. Filippo Aradello libera il suo servo Giovanni per amore dell’anima sua: e gli dice: Proficiscere liber in Deo; e Giovanni in ricambio promette stare al suo servigio per quattro anni. — 17 settembre. Ribaldo de Curia libera il servo Pasquale col suo peculio per venticinque lire e per salute dell’anima.
1162, 9 ottobre. Senebaldo regala a suo figlio Alberto metà de’ proprj beni feudali e allodiali, excepta tantum Boneta ancilla mea et filiam ejus. — 19 novembre seg. Ogerio Vento nel testamento dichiara liberi tutti i servi e le ancelle sue se il Signore lo chiami a sè in quella malattia. Non morì, e un altro testamento fece l’11 maggio seg., colla stessa clausola, eccettuando però il peculio d’essi servi.
1163, 4 agosto. Giulia Bulferico per mercede dell’anima sua e del marito manomette l’ancella Adelusia e il suo peculio.
1164, 1º maggio. Pier Cappellano e Stanfilla jugali manomettono Guglielmo servo con venti libbre di suo peculio. — Nell’inventario dell’eredità abbandonata da Guglielmo Scarsuria, del 17 giugno seg., è noverata Saracenam unam cum libertatis condicione testamento defuncti insercta.
1165, 21 giugno. Lanfranco Arzema per quattro lire e mezzo libera e manomette Aidelina sua ancella. Luca, figlia emancipata di lui, rinunzia pure ogni diritto che v’avesse. Giovanni Tossico, a un cui servo la Aidelina erasi unita (adhesisset), dichiara liberi i due primi figli che ne nascessero.
1192. Pietro re d’Arborea promette ai Genovesi che, se si ottenga di porre una chiesa in Oristano, darà al vescovo di Genova una curia con tanti possessi e servi quanti ne ha in Arborea il vescovo di Pisa.
Luigi Cibrario produsse carte genovesi di più tarde vendite di schiavi. Nel 1378 Benvegnuda vende quandam servam suam sclavam de progenie Tartarorum per ventidue lire di Barcellona, sanam ab omnibus magagnis occultis. Una pure de progenie Tartarorum è venduta il 1389 da Antonio di San Pier d’Arena; un’altra il 1391; un’altra di venticinque anni nel 1484, per sessanta lire di genovini, che sarebbero oggi fr. 1033.
Nel 1851 Giovanni Zucchetti pubblicava a Mantova una carta dell’archivio Arconati di Milano, secondo la quale, nel 1434, il nobile Giacomo de’ Bigli di Milano vendeva al nobile Giovanni da Castelletto, pur di Milano, una Tartara di anni diciannove per cinquantotto ducati d’oro; l’atto fu rogato a Recanati.
Nel testamento del famoso Filippo Strozzi, 14 maggio 1491, si legge: «Item a Giovanni Grande nero, mio schiavo, lascio e lego la liberatione, e che lui sia libero e franco da ogni servitù dopo la vita mia, et per detto effetto et per a quel tempo da hora lo libero et absolvo da la mia potestà et da ogni servitù a che lui mi fosse tenuto; et bisognandoli, per effecto di dicta sua liberatione o per cautela alcuna sua intorno a ciò, voglio che gli heredi mie gliene faccino quella cautela che lui vorrà, per potere dicta sua liberatione sempre mostrare et farne fede». Nella Cronaca fiorentina del Cambi trovo che nel 1529, quando Genova fu presa, i Franzesi ebber l’arte di togliere tutti gli schiavi, i quali rivelarono dove stessero riposte le ricchezze dei padroni.
Melchior Gioja (Nuovo prospetto delle scienze economiche, par. III) asserisce che «non è la religione che abbia fatto sparire la schiavitù dalla maggior parte dell’Europa, ma il lento progresso delle arti e del lusso». Guglielmo Libri (Histoire des sciences mathém. en Italie) s’arrabatta a provare che la Chiesa non fece nulla per la liberazione dei servi, anzi il contrario. L’argomento suo contro la Chiesa equivale precisamente a quest’altro: «Non è vero che il codice Albertino proibisca il furto, giacchè ladri vi ha dov’esso è in vigore». Fra i libri che costui dovette compulsare per la sua storia, sono quelli di Girolamo Cardano, del quale noi parliamo più avanti. Nel vol. X dell’edizione di Lione sta il trattato De arcanis æternitatis, che a pag. 31 vuol sostenere la legittimità degli schiavi naturali, confutando la Chiesa che dichiara gli uomini eguali. «Questo genere di servi, acciocchè nessuno potesse riguardarlo come propagato dalla natura, e perciò legittimo, fu tolto affatto da la religione nostra, ossia da quelli che pubblicarono costituzioni, interpretando quel detto che appo Dio non v’è nè servo nè libero. Sarebbe come se alcuno, interpretando quel di Cristo In quel giorno nè sposeranno, nè saranno sposati, dicesse inutile il matrimonio. Che una servitù moderata e giusta sia utile allo Stato, è così certo, che anche la ingiusta e smodata è più utile che il non esserne alcuna; giacchè i paesi dei Gentili furono più felici, ed ora quei de’ Maomettani, che non i Cristiani». Questo passo è decisivo a mostrare le due influenze sempre in contrasto, del paganesimo con Aristotele, e della religione col Vangelo.