Note 438 — CAPITOLO LXXX. Crociate. — La Cavalleria.
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Di quest'Ordine, negletto dagli storici degli altri, si ragiona nella prefazione alle Lettere di frà Guitton d'Arezzo, Roma 1745. Benvenuto da Imola sopra Dante, Inf., XXIII, dice: A principio multi, videntes formam habitus nobilis et qualitatem vitæ, quia scilicet sine labore vitabant onera et gravamina publica, et splendide epulabantur in otio, cæperunt dicere: — Quales fratres sunt isti? Certe sunt fratres gaudentes. — Ex hoc obtentum est ut sic vocentur vulgo usque in hodiernum diem, quum tamen proprio vocabulo vocentur Milites Domineæ. Ne scrisse due grossi volumi il Federici e una memoria Petronio Canal, facendoli derivare dalla Linguadoca, e mostrandoli molto fiorenti nel Veneto. Guitton d'Arezzo che era dei loro, scrive a Ranuccio in suo rozzo vulgare, die alcun crede anche in versi: — Messer Ranuccio amico, saver dovete che cavallaria nobilissimo è ordin seculare, di qual propio è nemico il dire onte e far villania, e quanto unque si può vizio stimare; ma valenza e scienza e onestate, nettezza e veritate continuo ne' suoi trovar si dea. Voi, messer, converria non a villan, ma a buon voi conformare; e se buon nullo appare, non meno, ma più molto a ben sia pogna (stimolo), che dannaggio e vergogna è più seguire reo, com' più rei sono; e buon via maggior buono quanto maggio di buon grande è difetto, quanto maggior è rio, maggio si mostra; e quanto più, più nostra essere dea cura impartir d'esso unde dei mali è cesso, dei buoni a buono e conforto e refetto».