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Storia degli Italiani, vol. 05 (di 15)

Note 338 — CAPITOLO LXXV. Il Basso Popolo.

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Una causa di stato personale fu trattata il 901 nel placito di Milano avanti Sigefredo conte di palazzo. L'avvocato del conte di Milano pretendeva che alcuni uomini di Palazzolo fossero aldj d'esso conte. Essi invece sostenevano d'esser liberi ed arimanni, nati dal padre e madre libera, dai quali avevano ereditato qualche possesso; nè mai erano stati obbligati a servizio di corpo: salvo che aveano pure qualche casa e fondo in Blestazio, appartenenti alla corte di Palazzolo, pei quali facevano alcune opere a questa. Si discusse, si udirono i testimonj, e furono dichiarati liberi. Antiq. M. Æ., diss. XIII.

Nel 905 in Bellano sul lago di Como si piativa della libertà d'alcuni servi della corte di Limonta, feudo imperiale spettante al monastero di Sant'Ambrogio a Milano. I convenuti confessavano essere servi di lor persona, come i genitori e parenti loro; e si teneano obbligati a cogliere le ulive, spremerne l'olio, pagare ogni anno ad esso monastero settanta soldi di buon argento, menar per barca sul lago l'abate o i suoi messi, e rendergli ogni anno cento libbre di ferro, trenta polli, trecento ova. Ma in un'altra carta si lamentavano perchè l'abate gli aggravasse di là del dovuto, e gli obbligasse a battere il suo grano, e talvolta fino a tagliar i capelli (multoties nos grana flagellare, et capillos nostros auferre præcipit); il che era segno di servitù.

Gli uomini di Casciavola nel Valdarno ricorrevano alla contessa Beatrice di Toscana, e poi ai consoli e al clero della primaziale di Pisa contro i Lambardi, cioè baroni del castello di San Casciano, che usavano con loro empietà e crudeltà; dichiaravano essere sempre stati liberi, aver tenuto abitazione nel castello di San Casciano, ma non prestato mai atti servili a que' Lambardi, eccetto il tributo debito per le case che vi tenevano di loro proprietà e che consisteva in due carra di legna ogni abitazione (cella), purchè i signori garantissero ad essi la selva. Quel tributo fu poi mutato in un assegno di sedici danari. Distrutto il castello di San Casciano, credevano rimanere sciolti da qualsiasi impegno. Ma prima che fosse disfatto, essi Lambardi cominciarono a derubare i querelanti, che perciò ne portarono accusa dianzi alla signora Beatrice, la quale di fatto li tolse in protezione, comminando mille libbre d'oro contro chi li danneggiasse. Ma presto il diploma perdette virtù, omnis potestas perdidit virtutem, et justitia mortua est, et periit de terra nostra: tunc ceperunt facere omnia mala nobis, sicut Pagani et Saraceni etc. Camici, Dei marchesi di Toscana, vol. II.

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