Note 86 — CAPITOLO XXXI. Il secolo d'oro della letteratura latina.
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Quis aut Eurysthea durum, Aut inlaudati nescit Busiridis aras? Cui non dictus Hylas puer, et Latonia Delos, Hippodameque, humeroque Pelops insignis eburno, Acer equis? Virgilio, Georg., III. 4.
Anche Properzio gl'incensava e derideva:
Dum tibi cadmeæ ducuntur, Pontice, Thebæ Armaque fraternæ tristia militiæ, Atque (ita sim felix) primo contendis Homero... Me laudent doctæ solum placuisse puellæ... Tu cave nostra tuo contemnas carmina fastu: Sæpe venit magno fœnere tardus amor. Eleg. I. 7.
Che gli argomenti mitologici fossero comuni nelle epopee, lo raccogliamo da quel di Ovidio ove dice:
Quum Thebæ, quum Troja forent, quum Cæsaris acta, Ingenium movit sola Corinna meum;
e più dalla famosa ode di Orazio Scriberis Vario fortis, ove, invitato a cantar le glorie di Agrippa, risponde che meglio capace n'è Vario, aquila della poesia meonia: — Io, debole poeta, non varrei a trattare tali soggetti, nè l'implacabil ira del Pelìde, nè i lunghi errori di Ulisse, o i delitti della casa di Pelope... Chi parlerà degnamente di Marte colla lorica d'acciajo, di Merione annerito dalla polvere di Troja, del figlio di Tideo che l'ajuto di Pallade eleva a paro degli Dei?»