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Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Note 123 — CAPITOLO XXV. Gli storici. — Cesare. — Primo Triumvirato. — Spedizioni contro le Gallie e i Parti.

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Res eas gessi, quarum aliquam in tuis literis et nostræ necessitudinis et reipublicæ causa gratulationem expectavi... Quæ, cum veneris, tanto consilio, tantaque animi magnitudine a me gesta esse cognosces, ut tibi multo majori quam Africanus fuit, me non multo minorem quam Lælium, facile et in republica et in amicitia adjunctum esse patiare. Ivi.

Già scrivendo contro Verre (v. 14) esclamava: — Dei immortali! qual divario di mente e d'inclinazione fra gli uomini! così la stima vostra e del popolo romano approvi la mia volontà e speranza, com'io ricevetti le cariche in modo da credermi legato per religione a tutti i doveri di quelle. Fatto questore, reputai essa dignità non solo attribuitami, ma affidatami. Tenni la questura in Sicilia come se tutti gli occhi credessi in me solo conversi, ed io e la questura mia stessimo s'un teatro a spettacolo di tutto il mondo; onde mi negai ogni cosa che è reputata piacevole, non solo a straordinarj appetiti, ma alla natura stessa ed al bisogno. Ora designato edile, tengo conto del quanto io abbia ricevuto dal popolo romano, e che devo fare santissimi giuochi con somma cerimonia a Cerere, a Libero e Libera; colla solennità degli spettacoli placare Flora madre al popolo e alla plebe romana; compiere colla massima dignità e religione i giuochi antichissimi che si dicono romani, ad onore di Giove, di Giunone, di Minerva; che mi è data a difendere la città tutta, a curare i sacri luoghi; che per la fatica e l'attenzione di queste cose sono assegnati, come frutti, un luogo antico in senato dove proferir il suo parere, la toga pretesta, la sedia curule, la giurisdizione, le immagini per conservare la memoria alla posterità».

Thomas, parlando di lui nel Saggio sugli elogi, dice: — Lodò se medesimo anche fuor dei momenti d'entusiasmo, e ne fu biasimato; io non l'accuso, nol giustifico; solo osserverò che quanto più in un popolo la vanità supera l'orgoglio, più esso tien conto dell'arte importante d'adulare e d'esser adulato, più s'ingegna a farsi stimare con mezzi piccoli in mancanza di grandi, si sente ferito persino dall'altera franchezza e dalla schiettezza naturale d'un animo che conosce la propria lealtà e non teme di menarne vanto. Ho veduto alcuno stomacarsi perchè Montesquieu osò dire Son pittore anch'io: oggi anche l'uomo più guasto, anche nell'atto di concedere la sua stima, vuol conservare il diritto di ricusarla. Fra gli antichi, la libertà repubblicana concedeva maggior energia ai sentimenti, e più libera franchezza al discorso; quest'infiacchimento del carattere, che si chiama gentilezza, e che tanto teme di ledere l'amor proprio, cioè la debolezza incerta e vana, era allora men comune; si aspirava mentosto ad essere modesti che grandi. La debolezza conceda pure qualche volta alla forza di conoscere se stessa; e se ci è possibile, consentiamo ad avere uomini grandi anche a questo prezzo».

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