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Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Note 288 — CAPITOLO XXX. Augusto. — Sistema imperiale.

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I Romani esecravano il nome di re, eppure metteano in conto di gloria l'aver avuto dei re in paese o in casa: Mecenate è lodato da Orazio perchè atavis edite regibus; Ennio da Silio Italico perchè antiqua messapi ab origine regis; la città di Vejo da Properzio perchè fu regno.

Et Veii veteres et vos tum regna fuistis; Et vestro posita est aurea sella foro.

Augusto non volle esser detto dominus se non dagli schiavi, e proibì a' suoi figli e nipoti d'adoprarlo fra loro. Anche Tiberio nol comportò, e a chi glielo dava rispose: — Io sono principe del Senato, imperatore dell'esercito, ma signore soltanto degli schiavi». Caligola l'adottò; ma nessun altro lo seguì fino a Domiziano, che comandò espresso di chiamarlo signore e dio, e un editto cominciò, Dominus et deus noster sic fieri jubet. Plinio loda Trajano di ricusar questo titolo; pure talora glielo dà nelle sua lettere. In privato era molto in uso; Tibullo canta:

Quam juvat immites ventos audire cubantem, Et dominam tenero continuisse sinu!

e da Seneca abbiamo che era titolo generico, dato a quelli di cui non soccorresse il nome: Omnes candidatos bonos viros dicimus; quomodo obvios, si nomen non succurrit, dominos salutamus. Ep. 3.

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