Note 156 — CAPITOLO XXVI. Seconda guerra civile.
Reading edition
«A Farsaglia Cesare non perde che ducento uomini, e Pompeo quindicimila: cosa consueta nelle battaglie degli antichi, senza esempio nelle moderne, ove la quantità dei morti e dei feriti è più o meno, ma nella proporzione di uno a tre, e la sola differenza dal vinto al vincitore consiste soprattutto nel numero de' prigionieri. Effetto della natura dell'armi. Quella da projetto degli antichi facevano generalmente poco danno; gli eserciti loro si attaccavano coll'arma bianca, e però era naturale che il vinto perdesse molta gente, e il vincitore pochissima. Se gli eserciti moderni venissero alle mani, ciò non succederebbe che al finire dell'azione, ed allorchè si fosse sparso già molto sangue: non v'ha differenza tra il vinto ed il vincitore durante i tre quarti della giornata; e la perdita cagionata dalle armi da fuoco è pressochè eguale da ambe le parti. La cavalleria, nelle sue cariche, ha qualche somiglianza colle truppe antiche: il vinto perde molto più del vincitore, perchè lo squadrone fuggente è inseguito e caricato colla sciabola, soffrendo così molto danno senza arrecarne.
«Gli eserciti antichi combattendo all'arma bianca, abbisognavano d'uomini più esperti, dovendo sostenere tanti combattimenti particolari: un esercito dunque d'uomini agguerriti e veterani avea necessariamente il vantaggio; e fu per questo che un centurione della legione decima disse a Scipione in Africa: Dammi dieci de' miei camerata che sono prigionieri, e lasciaci combattere contro una delle tue coorti, e vedrai chi siamo. Questo centurione diceva vero: un soldato moderno che tenesse un simile linguaggio, non sarebbe che un millantatore. Gli eserciti antichi si affrontavano colla cavalleria, e un cavaliere armato dal capo alle piante avrebbe affrontato un battaglione». Napoleone.