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Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Note 273 — CAPITOLO XXIX. Guerre civili fino all'Impero.

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Ella non piangeva, sinchè visto un quadro che rappresentava il congedo di Ettore da Andromaca, non potè frenar le lacrime. Allora Cilio amico di Bruto recitò que' versi d'Omero:

Or mi resti tu solo, Ettore caro, Tu padre mio, tu madre, tu fratello, Tu florido marito.

Al che Bruto rispose: — Ma io non posso aggiungere quegli altri:

Or ti rincasa, e a' tuoi lavori intendi, Alla spola, al pennecchio;

giacchè, se la natural debolezza impedisce a Porzia di sopportar le fatiche della guerra, ha l'anima salda ed operosa quanto e più di qualunque fra noi».

Gli antichi aveano sovente sulle bocche detti e versi dei classici, su' quali faceansi gli studj primi; e i maggiori personaggi ne proferirono nelle circostanze più gravi. Pompeo, scendendo nella nave traditrice, esclamava con Sofocle:

Ὄστις δὲ πρὸς τύραννον ἐμπορεύεται, κεῖνου ̓στὶ δοῦλος κἄν ἐλεύθεροςμολῆ.

Bruto formolava la sua disperazione con questi altri:

Ὤ τλῆμον ἀρετὴ, λόγος ἀρ’ ᾖσθα. Ἐγὼ δὲ σε ὡς ἔργον ἤσκουν, οὺ δ’ ἄρ’ ἐσούλευες τύχη.

D'Augusto quasi le ultime parole furono:

Εἰ δὲ πᾶν ἔχει καλῶς, τῷ παιγνίῳ δότε κρότον, καὶ πάντες ὑμεῖς μετὰ χαρᾶς ’κτυπήσατε

Nerone moriva verseggiando, verseggiando Trajano. Le lettere di Cicerone e de' suoi amici son piene di tali detti o di allusioni.

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