Note 252 — CAPITOLO XII.
Reading edition
Se alcune nebbie osiamo spargere s’un nome che da fanciulli s’impara a venerare, si vorrà noverarci tra quelli che dubitano della virtù perchè non la credono? I libri di Livio, in cui avrebbe dovuto esser narrato l’eroismo di Regolo, perirono; Polibio non ne fa cenno; Dione Cassio lo dà come una tradizione, che Silio Italico abbellisce o gonfia colla sua poesia. In Diodoro Siculo, narratore così circostanziato e spesso esatto, manca il libro xxiii ove il fatto dovea trovar luogo; ma due frammenti di quello possono smentirlo. Nel primo narra la sconfitta di Regolo, imputandone affatto l’arroganza di esso, che compromise gl’interessi della patria quando poteva di decorosa pace giovarla: «Nè della calamità la minor parte cadde sull’autore di tanti mali; giacchè la gloria che erasi dapprima acquistata, offuscò coll’ignominia maggiore che gliene venne; e coll’infelicità sua valse ad ammaestrare altrui che nelle prospere vicende non insolentiscano». Diodoro con nessuna parola disacerba il rimprovero; anzi in un altro frammento divisa gli orribili trattamenti che la moglie di Regolo fece ai prigionieri a lei abbandonati: «Non sapendosi dar pace del morto marito, i figliuoli indusse a infierire contro i prigionieri. Serrati in angustissimo camerotto, trovaronsi obbligati a stare aggomitolati come bestie, indi per cinque giorni privati d’ogni alimento, Bodostare per tristezza e fame morì; Amilcare di grand’animo andava sostenendosi, e spesso con pianti pregando la donna, le narrava la cura che avea preso del marito di lei; ma non potè piegarne il cuore ad alcun sentimento umano, a tal che la spietata donna tenne ivi per cinque giorni chiuso con esso il cadavere di Bodostare, e ad Amilcare dava quanto cibo bastasse a tenere in lui vivo il senso delle sue calamità. Amilcare, vedendo perduta ogni speranza che le sue preghiere avessero effetto, incominciò a scongiurar Giove ospitale e gli Dei che hanno in cura le umane cose, e a gridare d’esser troppo punito della buona opera che avea fatto. Nè però in sì tormentoso stato morì, fosse misericordia degli Dei, fosse la sua buona fortuna che infine gli recasse non isperato sostegno. Già agli estremi, tanto per l’orrendo lezzo del cadavere, quanto per le altre miserie, alcuni servi della casa raccontano il fatto a persone estranee, che indignate di tanta crudeltà, il denunziano a’ tribuni. Verificata la cosa, chiamati gli Attilj dai magistrati, poco mancò non fossero condannati nel capo, per avere di tanta infamia macchiato il nome romano; però di gravissima pena li minacciarono se di buona fede non avessero in appresso custoditi i prigionieri. Essi, accagionandone la madre, abbruciarono il cadavere di Bodostare, e ne spedirono le ceneri alla patria; Amilcare poco a poco refocillarono, finchè dai patimenti sofferti si riebbe».