Note 231 — CAPITOLO X.
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Nel Busiride descriveva Ercole vorace:—Se lo vedi macinare a due palmenti, e trangugiare ingordo, ti fa ribrezzo. Le fauci di dentro gli borbogliano, le mascelle cigolano, i denti molari stridono, i canini strepitano, le narici fischiano sibilando, e le orecchie ciondolando si movono». Ap. Ateneo, Deipnosofistes, x. c. i. Così dipinge il parassito:—Mi basta un cenno per correre ad un convito, nè cenno aspetto per presentami dove si fa nozze. Comincio dir facezie, e movo a festa e a giuoco: sciorino lodi spiatellate a colui che mette tavola, e a chi gli contraddice tratto da nemico e svillaneggio: e ben bevuto e meglio mangiato, me ne vo. Non ho ragazzo che mi scorga per la via con la lanterna; e soletto nel bujo, barcollando ad ogni passo, m’affretto verso casa. Se m’imbatto nella ronda, giuro di non aver fatto nulla di male; oppure essi mi caricano di mazzate. Fiaccato dalle busse, arrivo a casa e mi sdrajo s’una pelle, e non sento il dolore finchè la forza del vino mi grava l’anima e la mente». Ivi vi. c. 28.