Note 226 — CAPITOLO X.
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La costituzione che egli voleva foggiare sulle idee di Platone, importava un re che vegliasse sulla religione e sullo splendore dello Stato, quasi un gran sacerdote. A tal carattere sacro ripugnavano il diritto di morte e d’esilio, che perciò restavano a trentacinque custodi della legge, i quali, per deliberare della vita de’ cittadini, doveano aggiungersi i più giusti fra i magistrati usciti di fresco di carica. I trentacinque col senato e il popolo decideano della pace e della guerra. Tanto è riferito nella viii delle lettere di Platone. Queste sanno d’apocrifo, pure sono certamente vicine al suo tempo, e scritte da persona informata. A Dionigi doveva alludere Platone nel iv Delle leggi, ove scrive che «per ordinare nuova forma di governo nessuno val meglio d’un tiranno che sia giovine, di salda memoria, bramoso di sapere, coraggioso, animato da sentimenti nobili, e cui la buona fortuna avvicini un uomo conoscente della scienza delle leggi. Felice la repubblica retta da principe assoluto, consigliato da buon legislatore!».