Note 164 — CAPITOLO VI.
Reading edition
Le divinità romane di primo ordine sono le più di nome greco; alcune diversificano. Se ne cerca la ragione. J. Millingen (Transactions of the royal Society of literature of the united kingdom, vol. ii. p. 1, 1832) vuol provare che non sono se non alterazioni dal greco. È inutile accennare Bacchus, Hercules, Latona, Themis, Proserpina, Æsculapius, Pollux, Castor, Sol, Horæ, Musæ, Gratiæ, Nimphæ, Luna (apocope di Σελήνη), ecc.: ma stando agli Dei maggiori, facile è la derivazione di Jovis da Ζεὺς, o Δὶς Διὸς, per trasposizione: di Juno da Ζήνω, Αιώνη; di Apollo o Phœbus dall’identico; di Diana da ϐεα o διὰ ἀνὰ; di Vesta da Ἑστια; di Ceres da ᾽Έρα colla gutturale. Quanto a Mars, sarebbe da Ἄρες col prefisso M; Neptunus da νέω, νήχω ondeggio: nell’eolico si commutano ττ, σσ, e la terminazione unus è comune a Portunus, Vertunus, Tribunus, ecc. Consus, altro suo nome, verrebbe da Πόντος, cambiandosi spesso il π in κ, come da πέντε quinque, da ἕπομαι sequor, da ἵππος equus. Venus deriva non da venire o da feo (radice di fetus, femina), ma da εὐναῖα, εὐνήσσα o εὔνους: Vulcanus da φλέγω e φλὸξ, radice di fulgeo, fulgo, fulmen: Mercurius non da merx, ma da Ἐρμ, trasponendolo come forma da μορφὴ e colla finale κοῦρο o κήρυξ. Minerva poi sarebbe detta dall’epiteto suo ἐνέρεα, relativo alle spoglie nemiche che le si dedicavano, e col prefisso Μ e il digamma Ϝ.