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Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Note 161 — CAPITOLO VI.

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«Le antiche tradizioni italiche, schiette, grossolane, talvolta anche oscene nella forma, ma di senso profondamente espressivo, differiscono capitalmente dalle storie divine dell’epopea greca, dominate da un antropomorfismo elegante, ma puramente esteriore. Il sentimento religioso dei prischi Romani era gran tratto superiore alla facile e favoleggiatrice eloquenza che aveva invaso la religione de’ Greci.... I Romani accolsero in gran parte le religioni pelasgiche, e le serbarono lunga pezza. Nella pompa del Circo portavasi in giro un numero di divinità antiche. Al tempo stesso ricevettero certi riti molto vecchi ed espressivi, gli augurj, l’arte di consultar le viscere delle vittime, ed altri ancora, dimenticati buon’ora quasi affatto in Grecia, almeno nel culto pubblico. In Grecia la mitologia, quale era stata sviluppata dai poeti epici, esercitò imperio irresistibile sugli spiriti, e sopra le ruine delle antiche credenze e d’un profondo sentimento religioso si elevò la maestà sensibile e affatto umana dello splendido Olimpo. In Etruria, per lo contrario, ed a Roma giammai l’elemento poetico, nella credenza dei popoli, non prevalse così sopra l’elemento mistico, perchè i poeti e gli artisti non acquistarono mai troppa influenza sulla religione dello Stato, confidata a un sacerdozio venerabile. Gli elevati ed austeri genj dell’Etruria antica non potevano lasciarsi irretire dalla magica epopea jonica; superavano collo sguardo gli angusti confini dell’Olimpo quale i poeti l’aveano fatto, per penetrare negli abissi del cielo e della terra. I pii e degni padri di questo antico Lazio, soggiorno di pace, di felicità, di virtù, neppur essi non potevano dalla mobile immaginazione degli ellenici cantori esser rapiti all’abitudine della loro religione, semplice quanto i loro costumi. Per censettant’anni i Romani servirono gli Dei dei loro avi senza bisogno d’immagini (Plutarco, in Numa, c. viii.—Sant’Agostino, De civ. Dei, iv. 31): e quando gl’idoli ebbero preso posto nelle nicchie sacre, il culto della gran Vesta perpetuò la memoria della primitiva semplicità. Una pura fiamma ardente nel santo e silenzioso suo tempio bastò alla dea, che non volle nè statua nè rappresentazione di sorta. Quando in un tremuoto il misterioso potere delle forze nascoste della natura facevasi risentire con tutto il suo orrore, il Romano, ripiegandosi sulle credenze oscure, ma tanto più profonde de’ suoi padri, non invocava alcun dio determinato e conosciuto (A. Gellio, Notti attiche, ii. 28.—Dionigi, Excerpt. xvi. 10. p. 91): ma invece di restar fedele all’antica credenza nazionale, invece di conservare le sue disposizioni sotto quel giogo sacro, sì convenientemente chiamato religione, amò meglio correr dietro a divinità forestiere, imitare i Greci, e coll’imitarli non togliere da essi che una superficie più o meno lucente. Così colla indifferenza per la religione tanto augusta, pura e morale dei vecchi Romani, prevalse ben tosto, fra i loro discendenti, il dispregio dei costumi e delle idee antiche, di quanto esse avevano di semplice, di grave e veramente religioso. Dionigi d’Alicarnasso a ragione vede in ciò una delle cause principali della decadenza della repubblica». Creuzer, Simbolica.

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