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Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Note 28 — A CARLO ALBERTO DI SAVOJA (continued 2)

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«. . . . . . . . . . Egli mi fu amico: il primo e il migliore. Dai nostri primi anni d'Università fino al 1831, quando prima la prigione, poi l'esilio mi separarono da lui, noi vivemmo come fratelli. Egli studiava medicina, io giurisprudenza; ma, escursioni botaniche dapprima, poi l'amore, pari in ambi, alle lettere, le prime battaglie tra classicismo e romanticismo, e più di tutto gli istinti affini del core, ci attirarono l'un verso l'altro, finchè venimmo a una intimità, unica per me allora e poi. Non credo d'aver mai avuto conoscenza più compiuta e profonda d'un'anima; ed io lo affermo con dolore e conforto, non ebbi a trovarvi una sola macchia. L'imagine di Jacopo mi ricorre sempre alla mente ogni qualvolta io guardo a uno di quei gigli delle valli (lilium convallium) che ammiravamo sovente assieme, dalla corolla d'un candido alpino, senza involucro di calice, e dal profumo delicato e soave. Egli era puro e modesto com'essi sono. E fin anche il lieve piegarsi del collo sull'omero che gli era abitudine, m'è ricordato dal gentile tremolìo che incurva sovente quel piccolo fiore.

«La perdita de' suoi fratelli maggiori, le frequenti e pericolose infermità della madre ch'egli, riamato, amava perdutamente, e più altre cagioni, non gli avean fatto conoscere la vita fuorchè pel dolore. Squisitamente, e quasi direi febbrilmente sensibile, ei ne aveva raccolto una mestizia abituale che s'inacerbiva di tempo in tempo a disperazione d'ogni cosa. E nondimeno, non era in lui vestigio alcuno di quella tendenza a misantropia, che visita sovente le forti nature condannate a vivere in terra schiava. Aveva poca gioja degli uomini, ma li amava: poca stima dei contemporanei, ma riverenza per l'uomo, per l'uomo come dovrebbe essere e come un giorno sarà. Forti tendenze religiose combattevano in lui lo sconforto che gli veniva da quasi tutti, e da tutto. La santa idea del Progresso, che alla fatalità degli antichi e al caso dei tempi di mezzo sostituisce la Provvidenza, gli era stata rivelata dalle intuizioni del core fortificate di studî storici. Adorava l'ideale come fine alla vita, Dio come sorgente dell'Ideale, il Genio come suo interprete quasi sempre frainteso. Era mesto, perchè sentiva la solitudine di chi sta innanzi, e non vedrà vivo la terra promessa: ma era abitualmente tranquillo, perch'ei sapeva che il fine della nostra esistenza terrestre non è la felicità, bensì il compimento d'un dovere, l'esercizio d'una missione, anche dove non vive possibilità di trionfo immediato. Il suo sorriso era sorriso di vittima, pur sorriso. Il suo amore per l'Umanità era, come l'amore ideale di Schiller, un amore senza speranza individuale, ma era amore. Ciò ch'ei pativa non esercitava influenza sulle sue azioni.

«

«Jacopo comprese, dai primi cominciamenti della persecuzione, ch'egli era perduto, e aspettò con serena fermezza i proprî fatti. Avvertito dell'ordine dato per imprigionarlo, non volle sottrarsi. A chi insisteva con lui rispose che chi aveva spinto altrui nel pericolo, dovea soggiacergli primo. Preso, e tormentato d'interrogatorî, rispose con un muto sorriso. Bensì minacce terribili e l'artificio citato delle rivelazioni falsificate e il linguaggio insidioso d'un Rati Opizzoni, auditore, lo ridussero a tale da fargli temere ch'ei forse cederebbe un dì o l'altro. E allora risolse d'uccidersi. Io credo il suicidio atto colpevole come la condanna a pena di morte. La vita è cosa di Dio: non è concesso abbandonare il proprio posto quaggiù, come non è concesso rapire ad alcuno la via di ripigliarlo, quando per colpa s'è abbandonato. Ma nel caso di Jacopo, parmi che il suicidio s'inalzi all'altezza del sagrificio. È l'atto d'un uomo che dice a sè stesso: quando il tuo occhio sta per peccare strappalo; quando per tristizia degli uomini tu ti senti minacciato di cedere ai suggerimenti del male, getta via la tua vita; e piuttosto che peccare contr'altri, poni sull'anima tua un peccato contro te stesso. Dio è buono e clemente. Egli t'accoglierà sotto la grande ala del suo perdono.» Da alcune pagine inglesi mie nel People's Journal, maggio, 1846.

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