Note 27 — A CARLO ALBERTO DI SAVOJA (continued 2)
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«La mia nuova cella era tristissima e scura, con una sola finestra difesa da doppia grata. Incatenandomi all'anello confitto nel muro, Levi, il carceriere, m'andava dicendo che la legge del Re era legge di Dio, e che i suoi trasgressori dovevano aspettare rassegnati il meritato castigo. Di fronte alla mia stava la cella del povero Vochieri, alla vigilia della sua morte. Avevano praticato tre fori nel fondo della mia porta; e siccome quella del carcere di Vochieri era, a bella posta, lasciata aperta, io non poteva star vicino alla mia finestra senza notare la luce che attraversava quei fori. Guardai, curvandomi, e vidi il povero Vochieri seduto, con una pesante catena al piede, due sentinelle gli stavano ai fianchi colla spada nuda; di tempo in tempo gli lasciavano mutar posizione, senza che le due sentinelle lo abbandonassero mai o gli indirizzassero una sola parola. Venivano spesso due cappuccini a parlargli. Durò siffatto spettacolo una settimana intiera, finchè lo condussero al supplizio. E a compiere quella scena d'orrore, stava in una cella contigua alla mia un malato, che gemeva dì e notte e invocava soccorso... Pochi dì dopo fui condotto in un'altra prigione appena finita e umida tuttavia. Fui colto da dolori in tutte le membra. Così, infiacchiti, lo spirito e il corpo, ricominciarono a interrogarmi.
«Gli interrogatorii erano condotti in modo da soggiogare le mie facoltà, A ogni tanto, mentr'io imprendeva a dare spiegazione di fatti allegati, l'auditore Avenati m'interrompeva col dire che badassi a ciò ch'io parlava, ch'io era visibilmente confuso e che le mie spiegazioni aggiungevano al pericolo della mia situazione. E poco dopo ei mutava tono e dichiarava ch'io era chiaramente colpevole e che si terrebbe nota di quanto io diceva a mio danno senza dare la menoma attenzione a ogni cosa che tentasse difesa.
«Mi convinsi che volevano la mia morte.
«Poi vennero una dopo l'altra le deposizioni di parecchi fra' miei compagni, Segrè, Viera, Pianavia, Girardenghi, tutte a carico mio. Io mi sentiva veramente minacciato d'insania.
«Chiesi nondimeno d'un difensore. Sacco, il segretario del Tribunale, mi suggeriva il capitano Turrina; io preferiva un Vicino: non mi fu dato nè l'uno nè l'altro.
«Pensai a preparare io stesso la mia difesa; ma quantunque i procedimenti preliminari fossero da due giorni conchiusi, io non aveva inchiostro nè carta. I miei parenti, ch'erano venuti nella città, ebbero ordine di partirne immediatamente.
«Finalmente, Levi, il mio cerbero, mi propose a difensore il luogo tenente Rapallo. Disperato d'ogni altro ajuto, accettai.
«E venne; ma non per parlarmi della mia difesa. Egli, il solo protettore sul quale io poteva appoggiarmi, mi dichiarò che la mia posizione era oltremodo grave. Mi disse che il Governo sapeva esser io stato uno dei più attivi membri dell'Associazione, ch'io non poteva sfuggire al castigo, e che non m'avanzava se non una via di salute. Mi disse che il mio segreto era omai divulgato da tutti; che Stara confesserebbe a momenti ogni cosa, e saperlo egli dal suo difensore; che Azario aveva anch'egli offerto rivelazioni, e non s'aspettava, per accoglierle, che l'assenso da Torino. E aggiungeva ch'io poteva proporre condizioni le più favorevoli e sarebbero accettate.
«Due volte respinsi la triste proposta. Al terzo convegno, piegai.»
Estratto dalla Dichiarazione di Giovanni Re.