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Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. II

Note 455 — CAPITOLO XVI. Virgilio.

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Giovanni d'Outremeuse è il solo, per quanto io sappia, che avvedutosi della incoerenza, cerca di farla sparire, alterando profondamente il concetto della prima parte della favola. Ecco il suo racconto. Febilia, figliuola di Giulio Cesare, innamoratasi di Virgilio, ha con esso lui commercio carnale, ma non può ottenere che la sposi. Per vendicarsi, prepara la insidia del canestro; ma Virgilio a cui non può rimaner celata la secreta intenzione di lei, pone nel canestro un fantoccio a cui ha dato le proprio sembianze. Giunto il mattino, accorre il popolo di Roma, accorre Giulio Cesare, che vuole morto il seduttore di sua figlia. Il fantoccio, animato da uno spirito maligno, fa parecchie strane burle. Saputasi la verità, Giulio Cesare persevera nel pensiero di far morire Virgilio; ma questi allora si parte dalla città, spegnendo tutti i fuochi. Giulio Cesare cede, Virgilio ritorna, e, mediante certo breve magico, fa che tutte le donne di Roma palesino i loro trascorsi, Febilia fra l'altre. Morto Giulio Cesare gli succede Ottaviano. Evia moglie di quello, e Febilia si lagnano d'essere state spogliate del dominio. Virgilio con varii incantamenti fa loro credere di averlo racquistato, poi le lascia scornate. Da ultimo compie contro Febilia una seconda vendetta, costringendo tutti i Romani a provvedere sopra la persona di lei il fuoco di cui hanno bisogno.

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