Note 179 — CAPITOLO XIII. Costantino Magno.
Reading edition
Ermoldo Nigello dice nel Carmen elegiacum, l. IV, v. 271-2:
Constantinus uti Romam dimittit amore, Constantinopolim construit ipsa sibi.
Ap. Pertz, Scriptores, t. II, p. 506. Incinaro afferma che Costantino lasciò Roma a Silvestro ad onore e gloria dei Santi Pietro e Paolo (Epist. III, c. 13). Filippo Mouskes dice nella Cronaca rimata che per lasciare più libertà alla Chiesa
L'empire de Romme et l'iestre Donna Constentins St-Selviestre.
(V. 30901-2). A mezzo del secolo XI Leone IX riportava per intero l'atto di donazione nel suo scritto contro Cerulario e Leone vescovo di Acrida, e diceva che Costantino «cunctos in Romana sede pontifices non solum imperiali potestate et dignitate, verum etiam infulis et ministris adornavit imperialibus, valde indignum fore arbitratus terreno imperio subdi, quos divina maiestas praefecit coelesti». Ma sarebbe superfluo di moltiplicare tali esempii. In pieno secolo XVI, più di cinquant'anni dopo che Lorenzo Valla aveva scritto la sua celebre declamazione De falso credita et ementita Constantini donatione, il Vida, in una poesia Divo Silvestro Pont. Max., celebrava ancora il presunto atto di Costantino:
Coeli secutus prodigia optimus Caesar, relicta sede Quiritium, Tellure decessit Latina, Sedem aliis positurus oris. Urbem potentem Romulidum tibi, Lateque regnandum Latium ferox Concessit ultro posterisque Perpetua serie insecutis.