Note 29 — CAPITOLO XII. Trajano.
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Qual è la fonte a cui attinse Dante? Già il Nannucci avvertì (op. cit., ed. cit., v. II, p. 315, n. 10) che Dante usa quasi le medesime parole del Fiore di filosofi, e il riscontro in più particolar modo fra le parole: a te che fia, se quell'altro farà bene? di questo, e le rispondenti: L'altrui bene A te che fia? del poema, difficilmente si può ritenere fortuito. Nullameno, poichè quell'uso del verbo essere non è senz'altri esempii, potrebbe pur darsi che così l'autore del Fiore come Dante avessero tradotto a un medesimo modo il quod tibi proderit si alius bene fecerit che si trova anche nel Policratico, senza che ci fosse imitazione per parte del poeta. Vero è che le parole Intorno a lui parea calcato e pieno Di cavalieri, le quali non hanno riscontro nello Speculum, nè nel Polycraticus, parrebbero rimandare ancor esse al Fiore, dove è fatta espressa menzione della cavalleria che accompagna Trajano (la sua grande cavalleria nel Novellino); ma esse si riscontrerebbero ancor più con quelle di Paolo Diacono che dice: circumvallatus militum cuneis pergeret; e d'altra banda il Paris fa giustamente osservare (p. 267, n. 2) che l'ultimo verso, Giustizia vuole, e pietà mi ritiene, ha con le parole di Giovanni Diacono ratione pariter et pietate commotus tale somiglianza che difficilmente può essere creduta casuale. Il Mazzoni, non conoscendo altre relazioni della leggenda, credeva che Dante avesse potuto derivare il suo racconto dallo Speculum regum di Gotofredo da Viterbo. V. Della difesa della commedia di Dante, ed. di Cesena, 1688, v. I, p. 600-1. Chi vuol vedere come un altro poeta, di poco posteriore a Dante, ma per forza d'ingegno troppo lontano da lui, narrò il medesimo fatto, legga i seguenti versi che appartengono al già citato Roman de Girart de Roussillon (v. 2971-2994):
Une fois fut montés pour aller en bataille; Quar grans besoings estoit, bien le sauoit sans faille, Vist une poure femme vesue vers li venant, Merci criant, le prist par le pié maintenant, Et dist: Drois emperieres, vainge moi de la mort D'ung mien cheualier filz c'ung tiens mortriers m'a mort. Tu m'es sires, mes juges, fai moi tantos droiture: Li cuers me partira se ne vainges m'injure. Li rois dist: Tres bon droit te ferai au retour. — Et se tu ne reuiens, qui me fera cel tour? — Mes successors, dist-il, t'en fera droit auoir. — Lasse moi tres dolante, ce ne puis je sauoir! Et s'il le faceoit bien, que te profiteroit La venjance et le bien c'ung autre me feroit? Tu es mes debitors, tu me dois auoier Si que de bon merite recoures bon loier. Tes successors sera pour li propre tenus: S'il fait bien enuers Dieu sera tres bien venus, Ja droiture d'autrui no te deliurera: Qui bien fera ou monde cilz touz biens trouera. — Quant li rois out oï, du cheual declina, La cause de la vesue tres bien examina, Selonc droit com bons juges sentence rapourta, La poure bien dolente tres bien reconforta.
Il verso Lasse moi tres dolante, ce ne puis je sauoir! mostra che il poeta attinse dallo Speculum. V. Köhler, Die Beispiele aus Geschichte und Dichtung in dem altfranzösischen Roman von Girart de Roussillon, in Jahrbuch für romanische und englische Sprache und Literatur, Neue Folge, v. II, p. 20.