Note 589 — CAPITOLO VIII. Giulio Cesare.
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Veggansi a tale proposito le considerazioni che tre, o più filosofi fanno sopra la tomba di Alessandro Magno, in parecchie storie dell'eroe, nei Gesta Romanorum (n. 31, p. 329, ed. Oesterley), nella Summa praedicantium di Giovanni Bromyard (Lett. M, cap. XI, 140), nel Libro de los buenos proverbios que dieron los philosophos (Knust, Mittheilungen aus dem Eskurial, Biblioth. d. Litter. Ver., CXLI, 1879) ecc. Cf. Liebrecht, Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia, n. 20, p. 87-8. Il codice Mediceo Palatino della Laurenziana contrassegnato col n. 119, contiene dal f. 140 r. al 141 r. nove sonetti che si pongono in bocca di Salomone, Ettore, Achille, Enea, Sansone, Paride, Ercole, Cesare. Quest'ultimo dice:
Io fui l'ardito Ciesere inperiere, D'ogni paese volli esser signore; L'animo mio fu di tanto valore Ch'a ogni afanno volli essere primiere. Reggi, singnori e tutte lor bandiere Per mio chomando s'ivan dentro e fore, Ed ebbi in me tanto valente chore Ch'io non temetti di niun suo podere. Non ebbi mai paura di morire Nè già temetti un grande stormo; (sic) Anzi mi confortava, e ringioire Il cor me ne sentia, abiendo attorno I franchi chavalier pien d'ongni ardire Nelle battaglie sanza far soggiorno. E tutto mio poter morí in un giorno.