Note 448 — CAPITOLO VI. La potenza di Roma.
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Nel l. I della Polistoria di Giovanni Cavallino sono alcuni capitoli dove si parla della clemenza ed umanità dei Romani. Ricordisi a questo proposito ciò che nel Libro de los Enxemplos citato di sopra, si dice del tempio della Concordia e del dimenticare le ingiurie. Nei Gesta Romanorum (c. 98) si dice che i Romani, quando assediavano una città, accendevano una candela, e tanto che questa durava ad ardere, accordavano pace e perdono a chicchessia, quella consumata, soffocavano ogni pietà. Una simile usanza è ivi (c. 96) attribuita anche ad Alessandro Magno. Ma ben diverso giudizio, e per la singolarità sua degno d'essere qui riportato, fece dei Romani Giovanni di Salisbury a mezzo del XII secolo, nel l. II, c. 15 del Polycraticus (ed. del Giles, Oxford, 1848, v. III, p. 86). Detto come Enea, per suggestione dei demonii, ponesse il seme della gente romana in orto di lor gradimento, soggiunge: «Unde si de semine illo genus oritur toxicatum, impium in Deum, crudele in homines, persecutioni sanctorum invigilans, fide rara, solemni perfidia, servile moribus, fastu regale, foedum avaritia, cupiditatibus insigne, superbia tumidum, omnimoda nequitia non ferendum, miraculis non debet adscribi; quum auctor eorum homicida fuerit ab initio et a veritate deficiens invidiae spiculo orbi terrarum infixerit mortem... Sed si quis ab initio urbis conditae totam revolvat historiam, eos ambitione et avaritia prae caeteris gentibus inveniet laborasse, et variis seditionibus et plagis totum concussisse orbem». E sì che per la coltura essenzialmente derivata dagli scrittori latini Giovanni di Salysbury era quasi un umanista. (V. Schaarschmidt, Johannes Saresberiensis nach Leben und Studien, Schriften und Philosophie, Lipsia, 1862).