Note 385 — CAPITOLO VI. La potenza di Roma.
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Immaginazioni affini a questa della Salvatio, d'ingegni cioè, e di artifizii magici, che hanno potenza di custodire una città, di tutelare un popolo, furono molto frequenti nell'antichità e nel medio evo. Ne ricorderò qualcuna a caso. Nel Contes du cheval de fust, attribuito ad Adenes, si parla di una statuetta d'oro che ha in bocca una tromba d'argento. Collocata sopra la porta di una città, nessuno può entrarvi senza che essa ne dia incontanente avviso sonando la tromba. (Keller, Romvart, Mannheim e Parigi, 1844, p. 109-11). Filippo Mouskes racconta nella sua Cronaca rimata (v. 6452-505), di un idolo di rame, in cui Maometto aveva rinchiuso grande quantità di diavoli, e che sorgeva in Cadice a tutela della gente saracina. I cristiani che si accostavano ad esso cadevan morti. In Ispagna fu ancora, nella città di Avila, una campana meravigliosa, che si metteva a sonare da sè ogniqualvolta una sventura stava per incogliere la cristianità (Gaffarel, Curiositez inouyes, 1637, p. 59). Dice Massudi (Les prairies d'or, V. II, p. 433) che sul faro di Alessandria era, fra parecchie altre, una statua la quale volgeva la mano dalla parte del mare quando il nemico non era più che a una notte di distanza, e mandava fuori, quando era in vista, un suono spaventoso, che si udiva due o tre miglia lontano. Napoli aveva il suo famoso fiasco, di cui parlano Corrado di Querfurt (ap. Leibnitz, Script. brunsvic., t. II, p. 096) e altri. Costantinopoli ebbe parecchi telesmi a sua tutela: una catena che teneva indietro i nemici (Banduri, Imperium Orientale, t. I, p. 10-1), certe statue fabbricate da Apollonio Tianeo (Codino, De signis, statuis et aliis spectatu dignis Constantinopoli in Excerpta de antiquitatibus Constantinopolitanis, Bonna, 1843, p. 69) ed altro ancora. Si disse che i Romani avessero posto sul monte Garizim, contro i Samaritani, un uccello di bronzo che gridava: Hebraeus! (Arpe, De prodigiosis naturae et artis operibus, Amburgo, 1717, p. 15). Olimpiodoro narra il seguente fatto (ap. Fozio, Bibliotheca, ed. Bekker, p. 60). Al tempo dell'imperatore Costantino avvenne che Valerio, prefetto di Tracia, volendo cavare un tesoro udì dire dagli abitanti essere il luogo, dove quello si credeva nascosto, inviolabile, per ragione di certe statue che, in tempo antico, v'erano state consacrate. Avendo riferito il caso all'imperatore, s'ebbe in risposta di cavare a ogni modo il tesoro. Dato mano all'opera si trovarono tre statue d'argento che per le fogge del vestire mostravano essere immagini di barbari, e verso la regione dei barbari vedevansi rivolte. Tolte di là, dopo non molti giorni i Goti invasero la Tracia, seguiti poi dagli Unni e dai Sarmati.