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Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo vol. I

Note 449 — CAPITOLO VI. La potenza di Roma.

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A Roma i vati e i filosofi prevedevano e provvedevano. Nel l. VI, c. 29 della Polistoria di Giovanni Cavallino si legge: «Porta Lavicana. Dicitur ideo Lavicana quia vates, idest philosophi, a videndo dicti, quasi vasa sapientie, futura contingentia in re pubblica caute providebant propter ipsorum sapientiam et experientiam diuturnam». In Roma erano sempre sette savii riscontro manifesto ai sette savii della Grecia. Nel libro che, appunto, s'intitola dei Sette Savii, essi compariscono, oltrechè nella storia che fa da cornice, nei racconti designati dal Goedecke (Orient und Occident, v. III, p. 422) coi titoli Sapientes, Gaza, Roma. Secondo Enenkel, erano consiglieri in Roma, al tempo dei re, Platone, Pompeo, Seneca, la Sibilla, Aristotile, Pitagora, Demetrio (?), Ippocrate, Esora (?) (Cod. della Biblioteca di Corte in Vienna, n. 2921). Notisi che già Tito Livio si ride della leggenda corrente al tempo suo la quale faceva Numa discepolo di Pitagora. Martino Polono e altri cronisti del medio evo fanno morire Pitagora in Roma. La storia del fanciullo Papirio, raccontata primamente da Macrobio nel Somnium Scipionis, è divulgatissima nel medio evo. Nell'ultimo capitolo del Dialogus creaturarum (cod. della Nazionale di Torino H, III, 6: qui il Dialogus è intitolato Contentus sublimitatis et liber de animalibus) si racconta di una fanciulla di Roma, bellissima e da molti amata e ricercata, la quale essendo morta, ciascuno dei sei savii le fece una iscrizione. Giacomo da Voragine dice nella Legenda aurea, c. CXLVI (ed. dal Grässe, p. 628-9): «Dyocletianus autem et Maximianus qui coeperunt anno domini CCLXXVII, volentes fidem Christi penitus extirpare, tales epistolas per omnes provincias, in quibus christiani morabantur, transmiserunt. Si aliquid determinari oportet aut sciri et totus mundus ex una parte congregatus esset, et sola Roma ex alia parte consisteret, mundus totus victus fugeret et sola Roma in culmine scientiae remaneret». Dopo ciò bisogna dire che l'autore dei Gesta Treverorum, o altri da cui egli attinge, si lasci trascinare da un eccessivo ed ingiusto amore di patria quando racconta (ap. Pertz, Script., t. VIII, p. 133-4) di un senatore romano, per nome Arimaspe, che, volendo conoscere meglio le eccellenti virtù dei Trevirensi, lasciò Roma e fermò la sua stanza in Treveri, dove, prima di morire, ucciso a tradimento da un certo Epte, ordinò gli si scrivessero sul sepolcro i seguenti versi:

Exul Arimaspes hac Martis in arce quiesco Belgica; Roma mei non mea digna fuit. Jure bono, meritorum nobilitate, triumphis Dii tueantur; ei par nisi Roma nichil. Vulneror, Epte reo, consul primusque senatus. Hic gaudete mei, sic meruisse mori.

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