Note 309 — CAPITOLO V. I tesori di Roma.
Reading edition
Flaminio Vacca narra la storia del Goto e dell'Arco di Portogallo due volte nelle sue Memorie di varie antichità, scritte nel 1594, e cioè nei §§ 11 e 103 (ap. Nardini, op. cit., t. IV, p. 9 e 40). Nel secondo dice di questa maniera: «Mi ricordo che al tempo di Pio IV, capitò in Roma un Goto con un libro antichissimo che trattava d'un tesoro con un serpe, ed una figura di bassorilievo, e da un lato aveva un cornucopio e dall'altro accennava verso terra; e tanto cercò il detto Goto che trovò il segno in un fianco dell'arco; ed andato dal Papa gli domandò licenza di cavare il tesoro, il quale disse che apparteneva a' Romani ed esso andato dal popolo ottenne grazia di cavarlo, e cominciato nel detto fianco dell'arco a forza di scarpello entrò sotto, facendovi come una porta: e volendo seguitare, li Romani dubitando non ruinasse l'arco, a' sospetti della malvagità del Goto, nella qual nazione dubitavano regnasse ancora la rabbia di distruggere le romane memorie, si sollevarono contro di esso, il quale ebbe a grazia andarsene via, e fu tralasciata l'opera». Degli uomini ignoti che cavarono nel circo di Caracalla, dice Flaminio nel § 81 (p. 33): «Questi si tiene fossero Goti, che con qualche antica notizia trovassero questo tesoro».