Note 24 — CAPITOLO XX. 1855.
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Le strofe erano parecchie, ma mi contenterò di darne un saggio; la poesia incominciava così:
Ei fu! Siccome l’agili Piume del firmamento Nel valicar le trepide Ali d’un suo lamento Non è possibil campo Non è possibil lampo D’inadeguata fè. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
poi continuava:
Ei ripensò le mobili Tende e i percossi calli E il lampo dei manipoli E i ferri dei cavalli, E col suo piede adusto Il secolo d’Augusto Si pose a contemplar . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Allor pensò alla vergine De’ patrii suoi covili Cinta di quattro pargoli Maschili e femminili Che con preghiere vane Andran cercando un pane Fra l’arabe tribù. Così dicendo un gelido Miasma vespertino Strinse le fauci plastiche Al misero tapino Perchè prima l’udito Poi mosse ancora un dito Quindi non era più. . . . . . . . . . . Stava la bella estatica Sul tremulo verone . . . . . . . . . . Alla novella terribile Della notizia amara Rimase muta estatica Qual marmo di Carrara Poi disse con trasporto Ahi, se non fosse morto Forse vivrebbe ancor! E tracannò un bicipite Velen che seco avea. Poi con un brando ostetrico Donatole da Enea Si trapassava il petto; Poi si gittò dal tetto, Poi si affogò nel mar!