Note 21 — CAPITOLO XVI. 1853.
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Il Castellazzo, ch’era figlio d’un impiegato di Polizia, uscito di prigione, fu ammesso subito alla laurea con straordinaria convocazione della Facoltà di legge, per ordine del Luogotenente di Lombardia in data 16 luglio 1853. I ricordi, e le lettere di quel tempo, sono unanimi nei giudizi severi contro il Castellazzo, che patteggiando l’impunità non ebbe più ritegno nelle sue confessioni. Tito Speri in una sua lettera chiama il Castellazzo e un altro delatori furibondi.
Il Castellazzo insinuò che altri avrebbe potuto svelare il cifrario; ma questo non era a cognizione che del presidente e del secretario: il presidente Tazzoli fu impiccato, e il secretario Castellazzo ebbe l’impunità; e l’ebbe sostenendo con parecchi dei detenuti il confronto. Sui confronti col Castellazzo, Finzi e Lazzati a quel tempo ne raccontarono e ne scrissero i terribili particolari.
«Non posso tornare col pensiero» scriveva la signora Teresa Valenti «senza sentire un fremito d’ira contro di lui (il Castellazzo), che con un’impudenza da non immaginare passeggia azzimato e tronfio per le nostre vie in compagnia del giudice che compilò il processo».
(Lettera di Teresa Valenti Arrivabene a Carlo Arrivabene a Londra).
Se il Krauss gli avesse fatto dare 90 bastonate, non pare probabile che poco dopo il Castellazzo passeggiasse per Mantova in compagnia del suo aguzzino. Da principio si parlò di 30 bastonate, ma poi durante le polemiche diventarono 90. Quando nel 1884 si dibatteva una fiera polemica nell’occasione in cui il Castellazzo era stato nominato deputato di Grosseto, il Finzi, che per tal fatto s’era dimesso da deputato, scrisse sul giornale il Pungolo dei ricordi sul processo, e sui confronti. In quell’occasione fu sollecitato il Lazzati, pure condannato in causa del confronto col Castellazzo, di lasciare qualche ricordo del fatto; e il Lazzati lo raccontò dinanzi alla Commissione direttiva del Museo del Risorgimento, ricordando tra l’altre cose che quando nelle prigioni fu tratto al confronto, il Castellazzo fissandolo disse: Ah, ah! ecco il signor Lazzati col berretto cerato e il paletot chiaro come li aveva la sera in cui venne al ritrovo in casa Tazzoli. Il racconto del Lazzati fu scritto in un Verbale, consegnato al Museo del Risorgimento, e che esiste nei volumi rilegati dei Verbali della Commissione. A quel Verbale erano presenti il presidente Carlo d’Adda, e parecchi membri della Commissione, tra i quali io pure.
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L’illustre Direttore dell’Archivio di Stato di Mantova, Alessandro Luzio, potè ultimamente far interrogare, da persona di sua fiducia, su alcune circostanze relative ai processi di Mantova del 1852, lo stesso auditore Krauss, che vive ancora pensionato a Vienna. Questi disse che il cifrario del Tazzoli era stato interpretato dall’Ufficio segreto criptografico della Polizia di Vienna prima delle confessioni del Castellazzo, il quale quando vide che il cifrario era svelato, si decise a confessare, rivelando nuove circostanze e nuovi fatti, fino allora ignorati dall’inquirente, che fecero continuare il processo, e furono causa delle condanne a morte. Il Castellazzo fu persuaso a confessare, patteggiando l’impunità e un impiego, forse dal padre impiegato di Polizia. Il Luzio espose queste circostanze che ormai chiariscono la verità sull’affare Castellazzo, in sei applaudite conferenze, dette a Milano nel Circolo Filologico, che verranno quanto prima ripetute in un libro sul processo di Mantova che pubblicherà la Ditta Cogliati. Le conferenze del Luzio sono avvenute mentre questa seconda edizione era in corso di stampa. Ma posso lasciare, per ora, intatto il mio racconto perchè nella parte sostanziale le rivelazioni del Krauss non contraddicono a quanto mi dissero i prigionieri di Mantova, miei amici, e che riferii in questi miei Ricordi.
Il Krauss confermò che, in questo processo, nessuno era stato bastonato, poichè non occorreva tale misura dacchè il cifrario era ormai noto.